IL CUORE. UN’ESTATE FA
21.05.2010 – Addio ifrid
21 maggio 2010
Sto cercando di convincermi ad essere felice.
E’ venerdì… io adoro questo giorno, perché sembra essere sempre foriero di novità, cose belle che devono succedere, cose da fare, da vedere e da vivere…
Mi aspetta un’altra serata a mucca.
Continua a ronzarmi in testa il pensiero di empatia. Non so cosa penso di lui, non so cosa provo. Da qualche ora mi chiedo se ho voglia di conoscere ancora qualcuno, se è il momento di fermarsi un attimo a pensare, se vale la pena dare credito ad una persona che sulla carta sembra avere ottime “credenziali”.
Faccio fatica a credere che il mio blocco esista davvero… che non sia solo mancanza d’interesse, poca convinzione, scarsa emozione. E che in realtà il mio cuore sia ancora confinato da un’altra parte… nelle mani inconsapevoli di ifrid… colui che non deve essere nominato (e ricordato aggiungerei).
Altro sforzo, più complicato ancora del “fingere” di essere felici. Non pensare a lui… Torna continuamente nei miei pensieri (grindr m’interrompe). Dicevo che ifrid torna continuamente nei miei pensieri, sotto varie forme… ricordi passati, simulazione di un dialogo che non c’è mai stato, simulazione di fatti e circostanze che non sono mai accadute, e che dovrebbero compensare quel vuoto d’informazione che ho sulla sua vita attuale, sulla vita che ha trascorso in quest’anno e più…
Forse dovrei darmi del tempo, dare del tempo alla gente che mi circonda, mi accompagna e, nonostante tutto, mi sta vicino.
Devo fermare ora, per sempre, questi pensieri. In modo che in futuro possa ricordarli, e ricordare quello che è stato… per non dimenticare.
Non dimenticare quanto ho sofferto per te, ifrid. Non dimenticare il vuoto assoluto che ha riempito di sé il mio cuore e la mia vita. E i pensieri, le congetture, la confusione, la tristezza, l’apatia…
Ne sto venendo fuori, e ci ricasco continuamente. Oggi devo ancora farmi “violenza”, impormi di non pensare, sostituire pensieri cupi a pensieri positivi… sforzarmi di pensare a ciò che mi fa stare bene.
Andrai via dal mio cuore, prima o poi, andrai via, caro, maledetto ifrid… Ignorante, silenzioso, insolente, indisponente, annoiato, freddo, effemminato, incomprensibile, ostile, diffidente, indifferente… ifrid. Che oggi ti spertichi in messaggi d’amore per l’infermiere – dici – grazie a me. E qualcun altro godrà i benefici del mio lavoro.
Volevo qualcosa di ufficiale, sebbene abbia formulato il mio addio già qualche giorno fa. Ma il primo post del mio primo blog credo sia la sede più adatta ad un evento di tale portata…
Ebbene…
Io prendo congedo da te, ifrid. Addio isola tiberina, ponte milvio, lucchetti, ischia, cork, disneyland paris, bracciano, orvieto, gaeta… Addio casa a monteverde, il cerchio della vita, ti scatterò una foto e il mio regalo più grande… il piccolo Dracula, la penna con il brillantino, la felpa grigia, il calendario con il fotomontaggio, l’orologio sweet years, la tua fototessera…
Un groppo alla gola mi sale ancora… Addio ifrid. Nessun lieto fine. Nuovi inizi o semplice continuo. Ne ho dubitato. Ora lo so. Ti ho amato davvero… ma non sono mai stato veramente felice con te. Non lo sono mai stato e basta, né con te, né senza. Vorrei che la mia felicità diventasse finalmente priorità nella mia vita. Avrei voluto che fosse così, insieme a te, grazie anche a te… Ma me lo dicesti chiaramente: Ti auguro che i tuoi desideri si avverino tutti, perché da quando ti conosco i miei si sono avverati… Come a dire: non sarò io ad avverare i tuoi. E così è stato…
Addio ifrid.
5.30
22 maggio 2010
Voglio fermare i miei pensieri… Alle 5.30 di un sabato mattina, un pò confuso dall’alcool, dalla stanchezza e dal sonno… dalla musica assordante della discoteca, che fa da controcanto al silenzio altrettanto assordante della mia casa, a quest’ora del mattino.
La sensazione che provo non è piacevole, non è positiva. Nella mente riaffiora un paragone quasi dovuto con altri sabato mattina, quando il “doveroso” messaggio raccontava di solitudini insoddisfatte, a volte anche lacrime, e pensieri cupi… sebbene avessi qualcuno che mi dichiarava amore, che ufficialmente mi stava vicino. Non è cambiato molto… Almeno adesso, però, non ho nulla di cui lamentarmi, nessuno con cui prendermela (o forse sempre con la stessa persona?) Chissà… visto che i pensieri cupi provengono dall’eco di “quelle” parole gridate su facebook… quasi come se dovessero arrivare proprio a me.
Gli ho detto addio…
Ma quando sono poco lucido è difficile razionalizzare, imporre una regola anche al mio cuore, frenare il fluire libero e dissennato dei miei pensieri…
Devo andare a dormire. Domani mattina mi sveglierò con la solita domanda (e i soliti 3 o 4 problemi irrisolti): cosa c’è che non va? Breve excursus dei punti critici… i soldi, il lavoro, la solitudine e… ifrid – lontano, innamorato, indifferente, che mi ha dimenticato. Groppo alla gola, ogni mattina più debole, umore della giornata mezzo compromesso. E si ricomincia. Buonanotte e buon giorno… oddio… avevo dimenticato questa espressione. Così concludevo i miei messaggi in un’altra epoca. Ed ho usato “in un’altra epoca” anche poco fa, per liquidare il siciliano. Corsi e ricorsi… chissà se questo scrivere mi servirà a qualcosa. Un tempo aveva la sua ragion d’essere e la sua funzione. Oggi? Speriamo.
Buonanotte e buongiorno maurice…
Noise
23 maggio 2010
E’ la parola del giorno… Oggi si ragionava su quel “rumore” di fondo che attraversa le mie giornate. Quel sottofondo di insoddisfazione – con psikiatria l’ho definita proprio “infelicità” – che m’impedisce di essere sereno; che cancella all’improvviso il sorriso sul mio volto, quando mi trovo in una situazione piacevole; che mi provoca quella piccola fitta all’altezza dello sterno, e – se analizzata – arriva fino al groppo alla gola, e alla voglia di piangere. Un fulmine improvviso, come quello che, per la prima volta nella mia vita, ho visto cascare a meno di 20 metri da me, mentre ero in macchina di ritorno da Tivoli… con tanto di scintille finali sul terreno e fumo…
Vorrei cancellare questo “disturbo”, soprattutto perché, quando gli do ascolto, cresce a dismisura, infettando i miei pensieri, e spazia in fantasie e congetture, quella finzione di dialoghi, pensieri, immagini di cui ho già dato conto qui…
Un rumore di fondo, più o meno forte, che impedisce alla mia vita di scorrere serenamente, lungo corsi lineari e non accidentati.
Cronaca di un disamore
24 maggio 2010
Ho cominciato a leggerlo. In quella dimensione dell’anima che è il tram 19. Questo mondo parallelo dove tutti gli stili di vita di Roma s’incrociano, anzi meglio, si attraversano, fendendo con rotaie di ferro, vite, mode, razze e silenziose storie…
Psikiatria diceva che sarebbe stato un duro colpo al cuore… Qualcuno me ne ha già procurato, ma forse era più atteso che sentito. Tutto già letto, già visto, sentito e provato.
Ma una considerazione interessante l’ho fatta. Al momento mi ha quasi procurato sollievo. Non so se, con il passare del tempo, questo sollievo sia foriero di positivi sviluppi per il mio equilibrio e il mio umore.
Ah… la considerazione: non è assurdo che io soffra, non è stupida la ragione della mia sofferenza. Sto sopportando un peso grave, sto accusando un colpo molto violento, un dolore sotto cui altri hanno finito per soccombere, per il quale molte persone sono state anche peggio di me. Certi dolori sono incomprensibili se non li si prova e – soprattutto – li si dimentica quando non si provano più e quindi restano inspiegabili agli occhi degli altri. Il mio dolore è mio, vero, forte, giusto, comprensibile. Servirà averne consapevolezza?
Cronaca di un disamore (Parte Seconda)
25 maggio 2010
Catarsi: è un termine greco che deriva da kathàiro, “io pulisco, purifico”. Catarsi significa dunque purificazione, liberazione, espiazione, redenzione.
Per i pitagorici e per Platone è la liberazione dell’anima dopo la morte (vista come ritorno dell’anima alla perfezione dopo la costrizione limitante vissuta entro la materia).
In senso più ampio il termine prende il significato di eliminazione delle impurità e dei gravami dello spirito.
Nella psicoanalisi: processo catartico, liberazione dalle tensioni psichiche attraverso la rievocazione degli eventi traumatici.
Credo sia la parola più adatta per spiegare il fenomeno da me vissuto, leggendo questo libro…
Un’esplosione di sofferenza inaudita. Un dolore così potente, travolgente e assoluto da superare anche la mia capacità di sopportazione (del dolore intendo). Alla fine, la sensazione è stata quella di un acido fastidio, qualcosa d’indigesto che non so spiegare. Eppure, ai miei, come agli occhi degli altri, tale dev’essere sembrato il mio dolore di quest’ultimo anno: eccessivo, assoluto, fastidioso, a tratti incomprensibile. Qualcosa di sproporzionato all’evento in sé.
Altra riflessione: mi ha commosso la descrizione della nascita di un amore così grande. Ne ho sentito la struggente mancanza. E mi sono reso conto che a me piace solo quella modalità, nessun’altra alternativa… Esiste un modo di vivere un amore completo, pur rimanendo sereni, pur mantenendo equilibrio e ragionevolezza? Non innamorarsi subito, non farsi sempre travolgere dalla piena di emozioni. Tornare a casa con quel brivido che ti confonde le idee, il tremore alle gambe, il respiro corto. E’ possibile? E’ possibile per me?
Attimi serali
25 maggio 2010
Musica indiana in lontananza… Una tranquilla e calda serata di periferia. Aspetto Heidi per consegnarle le bozze della rivista. Mi piace questa temperatura, questa quiete interrotta da suoni lontani, qualche auto e chiacchiericcio distante. Conosco i due gay che parlottano a pochi metri da me, e rafforzano la mia convinzione di vivere in un quartiere inconsapevolmente molto gay… Sono ovunque, e il popolo di Centocelle non se ne accorge, o forse lo trova normale, più tollerabile degli indiani, degli arabi e dei rumeni. Forse l’immigrazione ci salva dall’omofobia. E non posso fare a meno di ricordare di aver assistito a quella scena almodovariana, nel pieno dello struscio pomeridiano del sabato… nella più serena indifferenza di questa multietnica periferia. Serenità… La parola di questa sera, 25 maggio 2010, giorno del compleanno di justice-decadentia, che oggi è lontanO, e attenzione a non usare il femminile ché se no si offende… Voglio fermare questa parola, mentre digito sulla tastiera touch screen del mio iPhone, per il primo post scritto direttamente sul cellulare. Posso dire di essere sereno? Un tipo mi passa davanti canticchiando. Una donna chissà dove urla: “aho… e tutte le sere!” Forse se la prende con questa nenia dance di qualche locale qui vicino, all’aperto o al parco. Sono sereno? Qualche piccola fitta non compromette il mio umore, che cerco di rovinare pensando al lavoro, al corso in Accademia, ad empatia che stasera non si è fatto e non si farà sentire, ad Heidi che non arriva e sono stanco… Ma in fondo, adesso, le cose non vanno così male, adesso… Oh pessimismo cosmico, vienimi a salvare! Devo pensare a qualcosa di brutto per non correre il terribile rischio che la mia serenità venga smentita di qui a qualche minuto…
Teoria della felicità
28 maggio 2010
Parola del giorno: Felicità.
Sembra strano persino a me utilizzarla con un minimo di cognizione di causa. Oggi ho comunicato su facebook di essere felice. Che strana sensazione… avevo paura a scriverlo. Sono rimasto qualche minuto con il cellulare in mano, musica nelle orecchie, tram 19 che fendeva la città – altezza prenestina/villa gordiani – a chiedermi se fosse opportuno scriverlo. Mi spaventava. Quando è partita la scritta “Pubblicazione in corso…”, ero lì che quasi speravo che l’invio non fosse andato a buon fine. Perché? Perché mi spaventa così tanto, non solo comunicarlo, ma addirittura rendermi conto di essere felice? Retaggio materno. Bisogna sempre dire di star male, per due motivi: 1) Scaramanzia… se pensi di star bene, presto finirà; 2) per evitare di essere smentiti… quasi come se fosse per forza necessario non dire una cosa che dopo un pò può smette di corrispondere al vero. In fin dei conti, si può anche comunicare uno stato d’animo provvisorio, solo per far sapere a se stessi e agli altri che in quel preciso istante si è stati felici. E voglio ricordarlo che una mattina di primavera, il 28 maggio 2010, vero le 9 del mattino, mi sono sentito felice… Forse oggi morirò, e la mia felicità si perderà come lacrime nella pioggia. Ma quell’attimo è stato fermato per sempre con le parole.
Un’altra riflessione importantissima, fatta sempre in quel prezioso stato di grazia vissuto stamattina: quel momento di felicità è stato elaborato e consapevole, non superficiale (conoscendo quanto è difficile per me) e avventato… Quante volte sono stato felice, quando stavo con te, ifrid? E i rodimenti per un messaggio che non aveva risposta, per una battuta acida la sera prima, per l’ennesima aspettativa delusa, per uno squillo che non arrivava… escludendo i primissimi mesi di euforia da innamoramento, tutta la nostra storia è stato un rincorrersi di delusioni, disillusioni, piccole e grandi incazzature. Cosa ne deduci, caro maurice?
Dicotomia ermetica
29 maggio 2010
Prima: buio corpi suoni odori alcool musica sguardi labbra mani balli
Dopo: marmo incensi sorrisi bianco bambini cibo famiglia e famiglie saluti chiacchiere cravatte e digestivi.
A volte mi sembra così strano che siano gli stessi occhi, lo stesso corpo, le stesse mani a vivere prima e dopo… E sono sempre io…
Tutta colpa di Mina
30 maggio 2010
[MINA – VOLENDO SI PUO']
Ma a te
che ho accompagnato alla stazione
e che m’hai tolto la forza
di tornare a casa,
a te
che cosa può importare?
Questo pezzo della canzone mi ha turbato profondamente oggi pomeriggio, nella calma deliziosa di questo mio 34esimo compleanno, tra sonnecchianti bivacchi, una breve e piacevole uscita con empatia, e l’ondata di auguri su facebook che francamente non mi aspettavo, ma che mi hanno fatto davvero piacere.
Psikiatria ha capito subito dove fosse il punto critico…”Ma a te che ho accompagnato alla stazione…” Un solo, imperante ricordo… quello in cui ho consegnato il mio cuore nelle sue mani, perché se lo portasse via e ne facesse l’uso scellerato che ne ha fatto…
Poi, psikiatria, non contento del sommovimento viscerale in atto, mi ha “consigliato” questa…
[MINA – DA CAPO]
E sono tornati i recenti ricordi… Una piccola battaglia interiore per dimostrare a me stesso che no, non è più così… che non mi sento più così. Che la depressione è finita, che ora c’è voglia di fare, ora c’è speranza nel futuro, ora il peggio è passato… ho scavato fino in fondo fino a trovare un’altra uscita, dall’altra parte dell’abisso.
Forse è vero, forse non del tutto. Ma già che ne dia per certa una parte, è molto, per me. La gioia di qualche giorno fa è un chiaro segno che sono sulla strada giusta, che c’è qualcosa di concreto da coltivare, una sensazione che non va dimenticata, sprecata, ignorata, sottovalutata. La felicità è un seme. Può essere coltivato o lasciato lì a seccare, e diventare sterile. Qualche idea su come coltivarla ce l’ho… Si può partire da lì.
Malinconoia
31 maggio 2010
Ho immaginato che questo blog fosse una specie di racconto disorganico, senza una trama precisa, un registro narrativo lineare. In realtà però, si può ravvisare – almeno per il momento – un filo conduttore. La descrizione dei miei stati d’animo è il motivo principale di ogni post, e questo potrebbe rendere ogni singolo “capitolo” un percorso omogeneo e coerente. La cosa affascinante (per me) di questo percorso è che risulta assolutamente involontario, e soprattutto senza alcuna consapevolezza di quale piega prenderà, quale direzione e quale fine (semmai ne avrà una…). Finora, questi “progetti” narrativi si sono conclusi un pò tutti allo stesso modo: ossia si sono interrotti bruscamente, senza finire davvero. E questa dimensione del’incompiutezza comincia quasi a piacermi (oltre a crearmi comprensibili frustrazioni per il fatto che sono incapace di concludere qualcosa che ho iniziato).
Pomeriggio fresco, noioso e faticoso. Il cielo è nero, un fastidioso venticello mi provoca brividi e sono infastidito dagli oggetti e dalle carte che invadono la mia scrivania di lavoro. Ogni volta che la mia postazione si riempie di disordine e caos, mi accorgo che sto solo riflettendo uno stato interiore…
Gli ultimi auguri, quelli fuori tempo massimo (ossia dopo la mezzanotte del giorno del mio compleanno), hanno sicuramente agitato le acque del mio cuore e della mia testa. Ma non hanno provocato l’effetto che avrei potuto immaginare. Non sono triste, non ho fitte alle sterno, non groppi alla gola… un soffio di nostalgia mi pervade, e un dubbio terribile, che in questo momento non ho neppure voglia di scrivere… una domanda che si è affacciata alla mia mente proprio stanotte, prima di prendere sonno, dopo il messaggio. Una domanda di cui pavento la risposta.
Ma un effetto l’accaduto l’ha causato: mi ha spogliato di ogni voglia e forza. Sono in uno stato di apatia formidabile, che a lavoro non è di certo salutare.
Apatia – parola del giorno. Spero che venga ribaltata in giornata. Mi lascio cullare dal pensiero che qualcosa succeda per scuotermi un pò, com’è successo stanotte, quando il 30 maggio sembrava non aver più nulla da dire, e da dirmi (e infatti era già il 31…).
Vacanze?
1 giugno 2010
Sto cercando di mettere ordine alla folla di pensieri e sensazioni che in questo momento mi assale. E, come sempre faccio in queste circostanze, uso come artificio letterario, per cominciare a scrivere, la dichiarazione stessa della mia incapacità ad esprimere quello che provo… così almeno comincio a scrivere qualcosa e, magari, le parole poi arrivano. Sono in metro, in ritardissimo. A quest’ora dovrei già essere in ufficio. Invece sono lontano. Una serie, pare, infinita di contrattempi sta facendo crescere a dismisura la mia ansia. Mi rendo conto che i ritardi sono una delle cause principali di questo mio stato. In generale, l’imprevisto mi destabilizza, per quel noto bisogno di controllo che ho delle situazioni, dei tempi… Ma non è questo ciò che avrei voluto comunicare ora. Sono molto triste per quello che è accaduto. Forse più confuso, quella sorta di smarrimento che si prova quando accade qualcosa di inaspettato, che non si è capaci di gestire. E poi, la domanda di ieri sta avendo una risposta sempre più concreta… Mentre ero in macchina, leggevo un cartellone pubblicitario sulle vacanze a Vasto. Il pensiero del mare e della vacanza mi ha provocato un fastidio fortissimo che si è trasformato quasi in angoscia. Credo di aver individuato il perché… Associo l’immagine e l’idea del mare, della spiaggia, del sole, dei luoghi di vacanza a momenti il cui pensiero mi mette angoscia: le vacanze trascorse con ifrid (Gaeta, Ischia, Ostia…) e l’estate dello scorso anno, quando la mia sofferenza ha raggiunto la sua fase parossistica.
Il ritardo si fa sempre più grave, e sto cercando di sfruttare la scrittura per evitare di andare nel panico. Sono ancora lontanissimo e non c’è assolutamente nulla che io possa fare per porvi rimedio… L’unica è non pensarci…
Ho centinaia di incombenze… L’unico sollievo in questo momento è sapere che domani non devo andare a lavoro, ma oggi l’intera giornata lavorativa è completamente compromessa…
Provo ad invocare il Caso che, negli ultimi due giorni, chiamato in causa, è intervenuto a scuotere lo stato di immobile apatia che mi aveva colto. Ora mi servirebbe invece quell’accadimento in grado di riportare la pace nel mio cuore…
E’ esplosa una stella
2 giugno 2010
“C’è stato un tempo in cui ho creduto che le parole fossero un dono. Il dono magico di far cadere il velo dagli occhi delle persone che non riuscivano a vedere, il dono di far cambiare idea, di far capire, di rendere evidente ciò che sembrava incomprensibile, oscuro. Ieri ho dato fondo alla mia magia, ed ho fallito. Pensavo che le mie parole riuscissero a dare un senso, un valore a ciò che prima non ne aveva. Ma sono scorse così, senza effetto, come acqua su di una superficie impermeabile. Oltre a distruggere illusioni e sogni, mi ha privato anche della convinzione di possedere quel dono. Mi dicevo: se scriverò ciò che sento, tutto sarà chiaro. Le parole sono forza, evidenza, certezza. Non ho mai scritto parole più potenti, evocative, significanti. Sono passate.”
Tutto è cominciato (o forse dovrei dire, finito) qui. Quando scrivevo il diario su cui sono riportate queste parole, apponevo sempre una data. Ma in questo pezzo la data non c’è. E francamente non ricordo nemmeno a cosa mi riferissi, quali parole avessi speso per convincere chi… Una lettera d’amore probabilmente, verso una delle mie prime conoscenze, rivelatasi puntualmente un sogno ad occhi aperti.
Ho sempre ricordato questo testo come quello che in qualche modo ha segnato il momento in cui mi sono reso conto che scrivere non era più per me quella missione quasi soprannaturale, quel destino a cui non potevo sottrarmi, e che avrebbe cambiato la vita mia e delle persone che mi circondavano. La parola come strumento magico di persuasione, conoscenza, evidenza. A quel punto, è cominciato il mio graduale e inesorabile allontanamento dalla scrittura, fino al silenzio totale degli ultimi anni. Quando ho perso la speranza di arrivare all’anima delle persone, ho smesso di scrivere.
Perché ricordo tutto questo?
Perché qualcuno oggi mi ha scritto:
“Hai un dono, Alessandro: sai parlare all’anima, e questo hai fatto con me, pur non sapendolo.”
Ed è come se fosse un messaggio arrivato da un’altra epoca, una specie di risposta ideale a quel pensiero scritto più di 10 anni fa, come la luce di una stella che esplode arriva anni e anni dopo l’esplosione, ma la vediamo come se stesse accadendo adesso.
Ed è arrivata proprio quando non pensavo più che accadesse, anzi… quasi non volevo accadesse, non lo cercavo, non lo desideravo…
Che significato abbia questo non lo so, e non so nemmeno quali conseguenze potrà avere sul mio bisogno/desiderio di scrivere. Forse finirà come tutti i progetti incompiuti che hanno costellato la mia vita letteraria, o forse no. Sta di fatto che oggi, la notizia di un’anima colpita dalle mie parole è arrivata fino a me, a dieci anni luce di distanza…
E fuori piove
3 giugno 2010
“Adesso mi fermo e considero che per ogni male c’è una cura, anche se a volte è un segreto rimedio che non ci è dato conoscere. Un segreto passaggio attraverso cui tutto passa e la vita scorre. Puro amore…”
Lo spunto era… “fermarsi”. Ora ho bisogno di fermarmi. Ascolto la pioggia. Con le finestre chiuse sembra lontana, come i motori delle auto che attraversano la strada. O quello dei tasti sulla tastiera, che tintinnano a intervalli irregolari, seguendo il flusso dei miei pensieri, che diventa parole.
Ho bisogno di fermarmi. E finirò a pensare, a tutto. A cherry tiger che va via, ad empatia, sempre più lontano (anche lui), all’ammiratore del mio blog, a “colui che non ha nome”.
Sto combattendo contro la tristezza oggi, specie perché non sono in grado di darle una forma, un volto, un fatto di riferimento. Ho cercato di sostituire l’elenco quotidiano dei 3-4 problemi da risolvere, con quello delle cose buone. E mi ripeto continuamente “non hai nulla di cui lamentarti”, “va tutto bene”…
Mi allontano…
Eccomi di nuovo…
Mi sono fermato davanti alla finestra chiusa della stanza accanto. Piove. Davanti ad una finestra del palazzo di fronte c’era un ragazzo con una camicia bianca. Parlava agitato a qualcuno fuori dal mio campo visivo, nel bagno dal quale era affacciato, ma lo sguardo era sempre rivolto all’esterno. Ho immaginato una di quelle scene da film, in cui i nostri sguardi s’incrociavano. Ne sarebbe nata una corrispondenza visiva muta, romantica… che un giorno si sarebbe conclusa con un magico incontro. Che cosa scema!
Da anni, da sempre – credo – desidero un incontro che non abbia come luogo e mezzo il solito iter: locale, discoteca, chat, sito di annunci… Un incontro casuale, non voluto, non cercato, non atteso. Forse lo desideriamo tutti, ubriachi di romanticismi da filmetto d’amore americano. Hanno rovinato intere generazioni, frustrate dall’anelito ad un amore magico ed eterno che si scontra ogni giorno con la realtà di rapporti squallidi, noiosi, pieni di prosaica quotidianità…
Non esiste il grande amore, non esiste la persona della tua vita, non esiste l’anima gemella.
Esistono i compromessi, i sacrifici, i bocconi amari da ingoiare, la solitudine di coppia, gli amori che finiscono, i tradimenti, gli addii, le sparizioni improvvise…
Esistono l’indifferenza, il silenzio, l’incomprensione, l’incomunicabilità, le parole non dette, l’incapacità di parlarsi, gli anni che passano nell’inconsapevolezza, nell’ignoranza, nel buio.
Esiste l’amore… dichiarato e non dimostrato, quello sognato ma non veramente voluto.
Tutto questo esiste davvero. Il resto sono sogni, forse nemmeno nostri, che il mondo ha confezionato per noi e ci ha imposto condannandoci all’insoddisfazione.
Apologia del vuoto
5 giugno 2010
Silenziosa serata… benché faccia, di tanto in tanto, suonare qualcosa per rompere il silenzio.
E’ sabato sera. Proprio poco fa, pensavo al fatto che sono a casa da solo, ma probabilmente non sono quello che se la passa peggio. Chissà quante persone saranno in compagnia, a cena, al cinema, ma non si stanno affatto divertendo.
Ho le mani ferme… forse la magia sta già sparendo… così presto…
Oggi pomeriggio ho segnato due spunti per nuovi post. L’idea di scrivere ancora mi piace. Solo che in questo momento lo sto facendo senza avere reale bisogno di scrivere.
Coming soon: Io e D-io; L’uomo ideale
Avrei voluto parlare del mio attuale rapporto con Dio, e di come immagino dovrebbe essere e comportarsi la persona che ho accanto. Uhm… ho appena scritto “la persona che ho accanto”. Ma, accanto a me non c’è nessuno. In questo momento – accanto – ho il mio iPhone, ossia il mio attuale compagno più fedele e utile. Un paio di occhiali da sole, il portamatite indiano che mi ha regalato la ballerina/barista, il computer… altro compagno di una vita. Nessun essere umano.
Sono immobile.
Mi preoccupo che la musica delle mie casse sia troppo alta. Sto sparando a tutto volume il Requiem di Mozart… ed è sabato sera, il giorno delle cene fuori casa, del cinema, della discoteca.
Dies Irae… I giorni dell’Ira.
Un brivido mi attraversa il corpo, al pensiero dei giorni dell’Ira…
Non ho voglia di nulla, di nessuno. Sto raccontando del vuoto che attraversa il mio corpo e la mia mente. Grande sfida letteraria: raccontare il nulla, la mancanza di pensieri, di volontà di comunicare. Il trionfo del silenzio. Tante parole per esprimere un unico, chiarissimo concetto: il silenzio.
Tuba mirum…
Le trombe percorrono la linea melodica che rende le opere di Mozart inconfondibili, la sua firma.
Porto avanti al Rex Tremendae e abbasso un pò il volume.
Un coro potente, uno di quelli di cui mi piacerebbe davvero far parte.
Dio non c’è. E’ il silenzioso padrone della mia vita, come scrissi tanto tempo fa.
Sono andato alla veglia pasquale quest’anno. Quando sono in crisi, di solito, mi rivolgo alla religione perché mi aiuti. E mi torna alla mente l’anello lasciato davanti alla statua della Madonna, tantissimi anni fa… Un sorriso beffardo compare sul mio viso: un anello da me comprato e rifiutato dal suo destinatario. Lasciato alla Madonna perché lo facesse tornare da me. L’anello – d’argento – è rimasto lì, il destinatario… speedbird (chissà che fine ha fatto?), non è tornato.
Vado direttamente alla Lacrimosa…
Anelli… il naufragio delle mie storie si è spesso consumato attorno ad un anello. E ricordo l’ultimo, quello del San Valentino 2009. “Alla fine, hai vinto tu”, disse ifrid vedendolo. La mia vittoria? Fare in modo che portasse un anello, simbolo del nostro (nostro?) amore. E infatti, l’anello ce l’aveva solo lui. Il giorno in cui ci siamo lasciati mi fece notare che, tra le parole stampate sull’anello, la prima ad essersi cancellata era “love”…
Il contrappasso: non ne sono sicuro, ma mi è sembrato proprio di vederglielo ancora al dito nelle foto con il suo nuovo ragazzo, probabilmente perché ancora oggi un grosso callo “da fonista” gli impedisce di sfilarlo. Beffarda punizione divina…
Ma Dio non c’è…
E concludo direttamente con l’Agnus Dei. Un tempo questo brano mi provocava una sorta di estasi (indotta). E mi stupisco come ci sia ancora qualcuno che abbia dei dubbi di attribuzione a Mozart di questo capolavoro. C’è anche la sua firma, all’inizio…
Io non sopporto gli anelli. Facevo un’enorme fatica a portare quello di vibli. L’unico che mi sia mai stato regalato… enorme, pesantissimo, d’oro. E forse dovrei chiedermi perché vorrei imporre agli altri qualcosa che io stesso non sarei disposto a portare.
Dio non c’è. Vorrei parlarne con Alessandro. Ho fatto la comunione alla veglia pasquale. Non avrei dovuto, ma mi son fatto coinvolgere da questo rituale magico, nella speranza che Dio entrasse in me. Rito magico, superstizione…
Ma Dio è rimasto fuori, a tirare le fila della mia vita, lasciandomi però tutta la solitudine del libero arbitrio, la sofferenza dell’incertezze nel futuro, il vuoto della paura che nulla interverrà mai a migliorare le cose.
“Che fai stasera?”… mi chiedono.
Vuoto. Silenzio.
Ma non sono infelice. Maurice del futuro (il mio unico, vero interlocutore…), vorrei che non fossi tratto in inganno da queste mie parole. Non mi sento triste, non mi sento infelice. Prima stavo scrivendo che non mi sentivo bene, ma mi sono bloccato, perché non lo penso davvero. E non capisco se dentro di me stia cercando un motivo per stare male e giustificare il vuoto oppure, al contrario, qualcosa che attesti il mio benessere. Forse dovrei solo vivere. (Aggiunta postuma: l’ultima frase è un banale luogo comune).
Chiamo mamma.
La preghiera è finita al Verano
7 giugno 2010
Ho sentito il richiamo della pagina. Forse sarà complice la musica che ascolto. Ho qualche brivido di emozione, e mi viene un po’ da piangere. Uno stupido sogno “ha calpestato il sereno che ha vinto tempeste”.
Ho paura…
Buongiorno maurice. È lunedì 7 giugno 2010. Non sono ancora le 9, e sei sul tram verso il lavoro. E sei infelice… Terribilmente infelice.
Non ho la forza di raccontarti perché…
Sei reduce dal tuo secondo incontro con bart, a cui senti già di essere un po’ affezionato. Forse lo hai deluso, forse un po’ spaventato con i tuoi freni, le tue stranezze. C’è qualcosa che mi sfugge di lui. Quando siamo insieme, mi sembra che sia rapito da altri pensieri, che qualche volta si perda in una malinconica assenza (lui…). Ma probabilmente proietto su di lui il mio stato d’animo…
La materia del sogno? Eri con ifrid, ma non eravate soli. Un momento d’intimità, ma non più a due… Silenzioso, indifferente come sempre. Ti ha regalato, anche nel sogno, uno dei suoi “speciali” momenti di solitudine. E ti ha deluso, ancora, mostrando come sempre incapacità di comprendere i tuoi sentimenti e i tuoi stati d’animo. Non ha detto una parola.
Finalmente ho qualcosa di compiuto, chiaro, definito da chiedere a Dio. Non è sempre quello che pretendi da me?
Ora formulo la mia preghiera. Fatto.
Freccia un giorno mi disse: fai attenzione a ciò che chiedi a Dio, potrebbe ascoltarti. Come a dire: dobbiamo essere assolutamente sicuri di ciò che vogliamo, perché spesso non siamo in grado veramente di gestire i nostri desideri, una volta realizzati, o ci accorgiamo semplicemente che non era davvero quello che volevamo.
Due pensieri durante la preghiera: amo i colori del mondo, quelli della natura, come quelli della vernice sui muri, dei vestiti, delle cose… Il secondo pensiero: sono triste e sto pregando per cose piuttosto stupide.
E’ una bellissima giornata di sole, fa caldo, e sto cercando un finale per questo post. Dopo la musica malinconica, Giuni Russo mi canta il suo cha cha cha della limonata. I titoli di coda scorrono sulle note della canzone, mentre sullo sfondo c’è una spiaggia con gli ombrelloni chiusi al tramonto.
Ps: parte di questo testo è stato riscritto perché cancellato inspiegabilmente dal sistema. L’originale era molto più “vissuto” e narrativamente efficace.
Paranoia Pride
10 giugno 2010
Paradigma del giorno: l’Attesa.
La mia definizione, un tempo, fu: Da un momento all’altro… o forse mai.
Mattinata caldissima. Aspetto. E un po’ d’ansia per l’ora tarda comincia ad affiorare. Un altro giorno sprecato in attività quasi inutili. E tutto il necessario sarà di nuovo svolto di corsa.
Non ci sono odori, se non quello del profumo che porto addosso. L’immagine che offro non dev’essere delle migliori: sono sudato, il mio broncio sarà più lungo e corrugato del solito. E senza barba, con gli occhiali, assumo quell’aria odiosa da professorino che infastidisce persino me.
Aspetto.
Il benzinaio ritardato ogni tanto mi lancia un timido sguardo. Forse è imbarazzato dalla mia presenza, visibilmente nervosa. Tambureggia con le dita sul volante, e si guarda intorno in attesa del titolare.
Il tema conduttore di giovedì 10 giugno 2010 sono ufficialmente i soldi. Soldi richiesti, soldi che devono arrivare, soldi che mancano, soldi che servono per pagare urgenze.
Attesa e soldi. Compagni/problemi comuni nella mia vita, conosciutissimi.
Reduce dalla cena a casa di M. Non ho un nickname da dargli, non conosco quello/i che usa, se ne usa…
“Scusi, non si può chiamare il titolare per vedere se sta arrivando?”
“Mo’ lo chiamo…” borbotta. E va dentro la cabina.
Un minuto ed esce. Va a fare benzina, con la sua camminata idiota, mi urla “st’arriva’”… E quasi mi spaventa.
Il cielo è coperto, l’aria pesante e afosa.
La cena… Ho seguito il mio copione di errori e stupidaggini… E mi sembra di sentire qualcuno che mi consiglia: “ma rilaaaassati”, premendo proprio sulla “a” per sottolineare il movimento mentale e linguistico verso il relax.
Ma chi lo dice non mi conosce.
E comincio a ribellarmi alle persone e alle situazioni che pretendono di insegnarmi come sarebbe giusto comportarsi. Se sono un segaiolo della mente, ancora a 34 anni, ci sarà un motivo.
Problema col benzinaio risolto. Soldi ricevuti. Ora sono in ufficio, circa un’ora e mezza dopo l’inizio del post. Ore 11.35
Dovrei parlare della cena, e di tutto ciò che ritengo di aver sbagliato. Ora però ho dei forti dubbi che si possa parlare davvero di errori. So che l’approccio che abbiamo verso le persone, il nostro modo di porci, determina pesantemente la loro risposta nei nostri confronti. Ma credo anche che, sebbene io faccia una fatica terribile ad avvertirla, esista sempre una corrispondenza di azioni e segnali tra gli esseri umani, che prescinde da quello che, volontariamente o meno, riusciamo a comunicare. Voglio dire, qualsiasi sia stato il mio modo di pormi, un segnale doveva arrivare lo stesso. Se è arrivato a qualcun altro, non è davvero colpa mia, o comunque la mia chiusura c’entra solo fino ad un certo punto. Mi ostino a responsabilizzare me stesso per l’indifferenza degli altri, ma temo che il problema sia più ampio, e riguardi proprio l’incapacità di accettare che questa indifferenza sia connaturata ai rapporti con gli esseri umani, e di darle un’importanza inferiore a quella che invece le attribuisco…
Fallimenti. Pino mi biasimerebbe anche solo se ne parlassi. Non esistono fallimenti, esistono cose che si riescono o non si riescono a fare. Ma io sento sempre pressante il peso del fallimento.
M. mi piace. Ma non sono in grado di aiutare me stesso. Farò e dirò la cosa sbagliata, come sempre. “Rilaaaaaaassati”, ripete l’anonima tipa distesa sul divano con le braccia alzate sulla testa. E mentre lo dice, chiude gli occhi e sguaia le labbra, quasi a fare una smorfia.
Non so rilassarmi. Lo sai. Che me lo dici a fare? Potrei provarci, ancora… Ma cosa significherà mai, in questi casi, rilassarsi… boh. Tutti hanno una soluzione, una risposta, un buon metodo, quando non si tratta di se stessi. Posso almeno dire con orgoglio che sono dotato di onestà intellettuale.
Non so rilassarmi.
Ripartiamo dal Verano
11 giugno 2010
La preghiera non è stata ancora esaudita. E in realtà non sono molto convinto che succederà. Si dice che, per far avverare le preghiere, sia necessario aver fede: significa essere fermamente convinti che Dio sia lì ad ascoltare le nostre richieste…
Qualche volta mi perdo a pensare che tutto ciò che non va nella mia vita dipenda, alla fine, dalla mia scarsa fede nelle soluzioni. Ergo, coloro che esercitano quotidianamente il dubbio sono perennemente destinati al fallimento e alla delusione.
Altre riflessione. Mamma ha sempre biasimato l’impostazione di mio padre di una vita orientata su principi di bontà e giustizia: fare sempre la cosa giusta, comportarsi onestamente, non tradire mai, non mentire, non ingannare, rispondere alle scorrettezze con la correttezza.
Ciò che è giusto è il mio tormento. Più importante di ciò che voglio. Apparire onesto, per bene, affidabile diventa più importante di fare ciò che desidero. Ordine e perfezione, come anelito della vita.
Mi fermo e rifletto. Non mi va più di scrivere.
16.02 di un tiepido Venerdì 11 Giugno 2010
Un po’ di vento. Serenità e inquietudine che si alternano. Un “rumore” di sottofondo che non disturba, adesso, più di tanto, la mia quiete.
Le persone problematiche non piacciono. Mi chiedo come reagirei se mi dovessi confrontare con una persona come me. Che approccio avrei all’ansia, all’insicurezza, alla perenne codificazione mentale di ogni gesto, ogni parola?
Difficilmente impariamo dai nostri errori, specie quando si tratta di essere tolleranti verso gli altri, e già altre volte mi sono scoperto a non sopportare nel prossimo, atteggiamenti e modi di fare che qualche volta ho io. Quindi mi sarei già risposto. Ma su questo specifico argomento, non so… A me piace l’idea che qualcuno si preoccupi di assecondare i miei desiderata, piacermi, venire incontro alle mie esigenze, o quantomeno che si ponga il problema, non dico in maniera ossessiva, ma qualche volta… Invece, m’imbatto sempre in campioni dell’orgoglio, uomini denim, animali super-autosufficienti o comunque bravissimi a celare insicurezze, dubbi e paure.
Insicurezza, dubbio e paura. I miei nemici di sempre. Dovrei dirlo sottovoce, ma non qui… mi rifiuto di censurare anche il mio blog.
A proposito, sto riflettendo in questi giorni sulla portata “pubblica” di questo luogo. Certo, non ho quasi alcuna notizia di suoi lettori, se non visite sporadiche di amici “innocui” e del mio unico ammiratore. Ma in potenza, molti dei protagonisti misteriosi dei miei post hanno libero accesso ai miei compromettenti pensieri. Così mi chiedo se devo evitare di scrivere cose che alcune persone non dovrebbero sapere.
Ma non voglio censurarmi. E’ troppo bello far fluire liberamente i pensieri, senza freno. Credo che arriverò a nascondere l’Angelo e il Fuoco. Così il processo onanistico sarà compiuto. Eppure, scrivere soltanto per me mi dà quasi sollievo. Il confronto con le opinioni e il giudizio degli altri mi mette solo ansia.
Nessuna censura, quindi. Solo il progetto della clandestinità.
Insicurezza, dubbio, paura. Mi rendono pigro e svogliato. Non ne sono sicuro… ma credo proprio che sia così. La pigrizia è frutto della paura. Uno di quei momenti in cui la seduta psicoterapeutica autogestita è servita davvero… La pigrizia nasce dalla paura di fare le cose… interessante. Devo rifletterci di più.
Un anno del cuore… in una Playlist
11 giugno 2010
Elisa – Una poesia anche per te
Laura Pausini – Invece No
Biagio Antonacci – Il cielo ha una porta sola
Lucio Dalla – Quale allegria
Noemi – Per Tutta La Vita
Irene Grandi – Alle porte del Sogno
Neffa – Lontano dal tuo sole
Elisa – Qualcosa che non c’è
La sostanza dei Sogni
14 giugno 2010
Ti ho sognato ancora. Questa vita onirica comincia a spaventarmi. So che il mio inconscio sta tentando di dirmi qualcosa… ma quale sia il suo messaggio mi è ancora difficile da capire.
Provo a riflettere su quello che ho visto/provato. Sei sempre silenzioso nei miei sogni. Non mi guardi mai, non mi parli mai. Sorridi, sei sereno, ma non interagisci con me. Io sono distante, non siamo mai vicini. Fin qui, tutto troppo ovvio… E allora, perché sei lì, nei miei sogni? Il desiderio è sempre lo stesso: aspetto che tu “senta” qualcosa, aspetto… Una musica evocativa, una parola, qualcosa che mi dia la prova che non hai dimenticato, cancellato tutto. Ma questo segno non arriva, mai. 14 mesi, e un giorno che aspetto.
Non siamo mai soli, c’è sempre gente, tanta gente attorno a noi, quasi ad impedire di avvicinarci. E… ora che ci penso, è buio. Intravedo appena, come nel sogno precedente, il tuo volto – questa volta – sorridente, dolce, quel sorriso un pò svampito che mi ha fatto innamorare.
Quello che sto scrivendo non mi fa bene affatto. E mi chiedo sempre se stia tirando fuori qualcosa che è dentro, e che ogni giorno cerco invano di sopprimere, o se invece monti sensazioni meno forti e radicate di quanto voglia accettare, quasi ad alimentare un’ossessione che potrebbe sciogliersi facilmente, se solo lo volessi davvero.
E perché non lo voglio non è chiaro. Forse perché quel 21 maggio ho detto un addio a cui non credo veramente. E quel minuscolo lumicino di speranza è ancora follemente acceso dentro di me…
E’ materia per un sogno. E si aggira lo spettro di una follia che potrebbe durare anni, se non sopita (o appagata), come l’amica di heidi, ferma, immobile a sei anni fa (sei!!!), quando lasciò il suo ragazzo. Non voglio trascorrere sei anni imprigionato nel limbo dei ricordi, non voglio.
Materia pericolosa questo post. Parole proibite e compromettenti. Sono parole che spaventerebbero, parole che nessuno capirebbe, parole che potrebbero persino compromettere eventuali soluzioni. Parole che solo io, ora, posso capire.
Sogni. Cosa voleva dire quella canzone dolce, che non esiste? E il film stile anni ’70 che guardavamo al buio… Mi sono svegliato con quella canzone in testa, ma ora non la ricordo più, e non ho più preso sonno. Un grande assente in quel gruppo davanti alla TV. Pensavo alla sua assenza, la temevo. Era assente, ma tra di noi, a dividerci. Ed io, forse, non ti parlavo anche a causa sua. Esattamente come faccio da sveglio. Quasi mi chiedevo perché non ci fosse, e immaginavo l’imbarazzo, il disagio, la tristezza, nel caso si fosse presentato.
Eri a pochi passi da me, ma terribilmente distante. Sorridevi, ma nemmeno una volta il tuo sguardo si è incrociato con il mio. E, anzi, non ricordo nemmeno di aver visto davvero i tuoi occhi. Avevo paura anche solo di guardarti.
Quale bisogno, quale suggerimento…
Tutto come prima: attesa, preghiera, paura. Che finale avrà questa storia infinita? E se non ne avesse alcuno, ancora per molto tempo? Ti rivedrò quando tutto sarà finito nel mio cuore? Finirà davvero così?
Al prossimo sogno.
Ragione e Sentimento
17 giugno 2010
Ho capito che devo ancora fare molta strada nella comprensione delle mie emozioni più profonde. Sono diventato così raffinato nello scandagliare anche i più piccoli segnali nelle reazioni emotive degli altri, che ho completamente trascurato di leggere (e ascoltare) le mie.
Le emozioni mi suggeriscono soluzioni e “verità” che, se lette nella giusta maniera, possono darmi molte risposte, rispetto ai dubbi che spesso mi attanagliano.
C’è da capire perché “Ragione e Sentimento”, per dirla alla Maria Nazionale o – più dottamente – Jane Austen, entrano perennemente in conflitto in me…
[Ragione e sentimento. Volume I - capitolo 1]
“ Le doti di Marianne erano, per molti aspetti, del tutto simili a quelle di Elinor. Era sensibile e intelligente, ma impaziente in tutto; le sue pene, le sue gioie, non potevano essere moderate. Era generosa, amabile, interessante, tutto meno che prudente. La somiglianza tra lei e la madre era straordinaria.
Elinor guardava con preoccupazione all’eccessiva sensibilità della sorella, ma per Mrs. Dashwood era qualcosa da apprezzare e da tenere caro. Madre e figlia si incoraggiavano a vicenda nella violenza del loro dolore. Il tormento della sofferenza che all’inizio le aveva sopraffatte, era volutamente rinnovato, cercato, ricreato giorno dopo giorno. Si abbandonavano completamente al loro dolore, cercando di accrescerne la violenza in ogni modo possibile, ed erano risolutamente contrarie persino ad ammettere una consolazione futura. Anche Elinor era profondamente afflitta, ma ciò nonostante riusciva a lottare, a darsi da fare. Si consultava con il fratello, ricevette la cognata al suo arrivo, comportandosi con lei con le dovute attenzioni, e si sforzò di scuotere la madre a fare altrettanto, incoraggiandola a un’analoga sopportazione.“
L’istinto mi suggerisce sempre cose che la ragione rifiuta. Ed io, da buon Gemelli, decido sempre di seguire quest’ultima. Sbagliando…
Forse è per questo che, in alcuni momenti, il mio corpo si ribella, andando contro cose che vorrei imporgli con la ragione, dettando le frustranti regole di una non-logica che sfugge inesorabilmente al mio controllo.
Da sempre mi ripeto che dovrei dargli maggiore ascolto, ma puntualmente mi ribello ai suoi “suggerimenti”… pagandone poi le conseguenze. E’ solo che l’istinto a volte è crudele, categorico, disegna tutto di bianco o di nero, ignorando le sfumature, rifiutando i compromessi. Il compromesso è un’arte della ragione, accettabile quando di mezzo non ci sono relazioni sociali che coinvolgono i sentimenti. E’, forse, lì che posso trovare davvero “ciò che vorrei”, e non ciò che ritengo sarebbe giusto volere…
E mentre dico queste cose, parlo con M. che mi dà un ottimo esempio di “suggerimento dell’istinto”…
A volte penso di essere davvero l’unico a non essere in grado di ascoltare l’istinto.
Parole del giorno: istinto e controllo.
Piacevole giornata di sole. Calda ma non afosa.
Questa mattina, nuovi accenti di felicità. Complice la musica e un immotivato buon umore. Quando siamo tristi, c’imponiamo di indagarne il motivo, per superare la tristezza, mentre quando siamo felici, tendiamo ad evitare di scoprirne il perché, forse per non sminuirla. Sarà che la felicità è tanto più difficile da raggiungere quanto banale nelle sue ragioni.
Eppure tutto è cominciato con l’ansia per i due eventi che, da qui a breve, travolgeranno la mia vita, gettandomi nell’angoscia. La presentazione del progetto per i Baci Perugina martedì 23 giugno e il provino per X-factor domenica 27. Abbastanza preparato per la prima, assolutamente allo sbaraglio per il secondo. Fondamentale la prima, irrilevante per la mia vita il secondo. Risultato: l’ansia è più o meno la stessa. In fondo, si tratta, in entrambi i casi, di un’esibizione.
Sento di essere ad un punto fondamentale di comprensione dei miei più intimi meccanismi emotivi/mentali. M. mi chiede di essere “protagonista del dormire insieme”. Ed oggi si è lamentato per la mia scarsa iniziativa… Capisci? Io che ho scarsa iniziativa. E probabilmente ha ragione.
Ma faccio fatica a capire il contrasto stridente che si è creato tra il mio atteggiamento attuale, e l’esperienza del passato. Da cosa dipende? Da quel “suggerimento dell’istinto” che mi ostino a non accettare, o da altro? Forse ho davvero bisogno dell’indifferenza per essere stimolato a reagire? Triste destino sarebbe il mio, quello di interessarmi solo alle cose e alle persone che mi comunicano indifferenza…
Credo in realtà che sia una propensione piuttosto comune. L’indifferenza ci costringe a metterci in gioco, mette in discussione il nostro orgoglio, il nostro amor proprio, e ci pungola sui nostri punti deboli, spinge sull’insicurezza che un pò tutti abbiamo, e parla al ventre delle paure. Avere l’attenzione delle persone, invece, ci dà sicurezza, ci pone in una condizione di tranquillità… ed io so quanto può essere pericolosa la tranquillità per me. Se non c’è tensione, rischio, previsione di un baratro, mi faccio prendere dalla noia e dalla pigrizia. Io devo ravvisare e paventare la fine per decidere di muovermi.
Anche questo post a singhiozzo deve avere una fine…
Sto scrivendo, interrotto continuamente da qualcosa. Ed ormai ha occupato l’arco di più di un’ora del mio tempo. Troviamo una canzone…
O meglio… una poesia. (Meravigliosa invenzione internet. Mi chiedo come facciano alcune persone a non amarne le infinite potenzialità…).
Ecco, l’ho scelta. Ovviamente da Tagore. Irrimediabilmente rapito da questa, tra tante… ed è tutto dire.
Mi fermerò,
senza dubbio stupito,
se mai ci ritroveremo
in una vita futura,
nel cammino e alla luce
d’un altro mondo
lontano.
Capirò che i tuoi occhi,
simili alle stelle dell’alba,
sono appartenuti
a questo cielo notturno,
e dimenticato,
d’una vita passata.
Sì, comprenderò
che la magia del tuo viso
è pronta ancora
al balenare appassionato
del mio sguardo in un
incontro immemorabile,
e che al mio amore
tu devi un mistero
di cui non conosci
più l’origine.
- da Petali sulle ceneri -
Il cuore… anni luce fuori da me
18 giugno 2010
Il cielo è coperto. Coperto anche il mio cuore. La città mi scorre davanti senza significati da cogliere.
Riflessioni importanti questa mattina. Si ragionava sulle prospettive, gli occhi con i quali si guardano cose ed eventi, quanto un diverso punto di vista possa dare letture diamentralmente opposte di ciò che accade. E mi sono chiesto se quell’ostinato silenzio che tutt’oggi resiste, non sia da attribuire alla paura che frena ogni iniziativa, e non all’indifferenza, come ho sempre pensato.
Un fulmine caduto a pochi metri da me. “Dovrei intervenire e dire qualcosa a namtar… Se qualcuno l’avesse fatto con me, forse le cose sarebbero andate diversamente.”
Boom! Il fulmine mi ha colpito in pieno petto… Qualcuno l’ha fatto con me, e più di una volta, a pochi giorni dall’addio e circa 4 mesi dopo…
Ma io volevo il suo intervento, non altro. Non farò nulla, quindi… Ma non posso fare a meno di pensare che namtar sia stato troppo crudele e rigido… Come me con ifrid. E allora la guerra torna tutta dentro di me. Forse le colpe sono molto meno fuori, ad 80 km da qui, e il problema resta sempre e soltanto cosa voglia davvero io. È inutile tormentarlo sperando che diventi ciò di cui ho bisogno… “una rosa resta sempre una rosa, non sarà mai un lillà”.
Esplode il cuore, distante anni luce fuori da me…
Rispondo ad M.
Napoli Reloaded
25 giugno 2010
Non so perché il pensiero di un Pride a Napoli mi metta questo strano senso d’inquietudine. Ad una prima riflessione, direi che si tratta di un ovvio smarrimento per la commistione della mia attuale “realtà”, e quel mondo infantile/adolescenziale che ormai è solo nei miei ricordi, tutto ciò che oggi rappresenta Napoli per me: infanzia e adolescenza.
Sfilare a Napoli… Sarà difficile. Ripeto in giro che sono napoletano, eppure so che dentro di me è rimasto ben poco delle mie origini, se non un vago accento, e quel retaggio cultural-linguistico familiare. Si è napoletani per sempre, anche se ci si è solo nati.
16.05
Anche oggi, indagine sulle verità non accettate. Ho già approfondito in me l’ardua questione tra ciò che sento realmente e ciò che invece ritengo giusto per me.
Mercoledì sera mi sono fatto scappare qualcosa del tipo: “ora che sto bene”…. Mi chiedo se sia davvero così. Il pensiero, di tanto in tanto, torna a 80km da qui. Ma, oserei dire, quasi “nessun dolore”, come cantava Battisti.
Domani, intanto, c’è Napoli. Socialità, orgoglio, caldo, battute, gay, urla, musica, vestiti bianchi, rainbow, amici, risate, foto, la mia città, roba buona da mangiare, facce note, occhiate, ammiccamenti, imbarazzo, responsabilità partenopea per gli “ospiti” da tutta Italia, canzoni napoletane… e, magari, qualche piacevole imprevisto che mi farà ricordare la giornata.
Il percorso è un viaggio nei ricordi…
Luoghi e immagini che con la mia “seconda vita” non hanno mai avuto nulla a che vedere, se non dentro di me. I luoghi dove sono cresciuti mamma e babbo, che ho attraversato da bambino, dove non sono mai stato (che mi ricordi) senza i miei genitori, o comunque senza qualcuno della mia famiglia.
I luoghi che, più di qualunque altro al mondo, significano CASA nel suo significato primordiale, come dimensione del cuore e dell’inconscio.
Ci passerà la parata di un pride, i miei amici della vita “altra”, io con loro…
Della visibilità non m’interessa. So però che la commistione dei due mondi avrà un forte impatto emotivo su di me. Ma voglio farmi stupire dalle sensazioni, e dalle immagini che s’imprimeranno nella mia memoria.
Cercherò di fare molte foto. E le posterò qui, come su Facebook.
Intanto, mi cullo nei dubbi, accarezzato da quest’aria fresca che si ostina a soffiare in un pomeriggio di fine giugno, alla ricerca di qualcosa che mi provochi familiari inquietudini e mi liberi da un’inedita serenità. L’iPhone 4 che non può essere maneggiato dai mancini, l’azienda che non naviga in buone acque, il lavoro che incombe, ma che non mi va di fare, il mio strano approccio fisico ad M., voldemort che – forse – è principio, causa e conseguenza di ogni cosa.
Ho da pensare alla mia “rigidità” fisica. Ieri, una domanda di cui pensavo di avere una risposta certa: se i miei ex fossero interpellati sulla mia presunta freddezza, cosa risponderebbero? Mi sono sempre percepito coccolone, al limite dell’appiccicoso, almeno con le persone verso cui provavo forte trasporto fisico. Ma è davvero così? Purtroppo non ho modo di chiedere. Ma un giorno, se mi capiterà l’occasione, porrò la domanda… sempre a voldemort, eretto ad “amore della mia vita”, paradigma di ogni grande amore, anche se a senso unico (mio verso di lui). Cosa di cui mi sono convinto solo ultimamente, a cui prima non credevo di certo… Altro argomento, altra storia.
Ora c’è Napoli. Inquietudine e curiosità. Levataccia (di sabato!!!) e promessa di molto divertimento. Speriamo sia così. Dovrò armarmi di “sicurezze” e pazienza: vestiti adeguati e comodi, oggetti utili. Sono bravo in questo. Per la pazienza… prendere tutto poco sul serio, stare allo scherzo (io???), attaccare prima di essere attaccato (sempre io…). In questo sono molto meno bravo.
E’ Napoli.
16.42
Voglio andare via di qui. Disordine sulla scrivania. Peso fisico. Sono stufo di questo ufficio, di questo lavoro, delle incombenze… nulla di quello che dovrei fare, vorrei fare. Ma dovrò concludere qualcos’altro, prima di andare via. E all’inizio di questo fine settimana manca ancora un’ora e 18 minuti.
Conclusione… m’è presa la mania di mettere un punto. Aiuto Tagore. Proprio la prima che mi capita, stavolta, nessuna selezione. Promesso.
Quest’ora sembra attendere un evento,
voi mi chiedete la causa delle mie lacrime.
Non posso dirvelo: e’ il segreto non ancora rivelato.
Sa sempre dire la cosa giusta. Non c’è che dire.
L’ultimo segreto del cuore di Voldemort
28 giugno 2010
Mi sto trasformando in voldemort.
L’ultima volta che ci siamo visti mi ha lasciato il suo segno sulla fronte, ed ora qualcosa del suo “male” è dentro di me, forse per sempre.
Immagini note. In macchina M. guidava e, di tanto in tanto, “trascinava” la mia mano sulla sua. Immagini note. Volevo abbracciarlo e non lo facevo, frenato dalla paura di mostrarmi troppo affettuoso e coinvolto. Immagini note. Dico sempre quello che penso, anche se so che le mie parole potrebbero ferire o infastidire, e qualche volta lo faccio di proposito. Voglio che non s’illuda che sia migliore di quello che sono in realtà. Immagini note. Gratitudine e senso di colpa per non poter davvero ricambiare. Immagini note.
Sto diventando te…? Ma allora, tu a chi pensavi, quando stavi con me? E quel distacco così doloroso aveva le mie stesse motivazioni?
“Se tu sei a 70, io sono a 30…”
Ora a 30 ci sono io, e capisco cosa c’è nella testa di chi va più lento. E ti odio ancora di più voldemort, perché non hai mai avuto il coraggio di dirmi tutta la verità, anche se qualche istante fa stavo giusto riflettendo sulla possibilità di andare avanti anch’io, aspettando e sperando nella sincronizzazione delle due velocità. E se M. mi chiedesse spiegazioni del mio differente comportamento, probabilmente gli risponderei come ifrid rispondeva a me… per paura, nella speranza che fosse davvero così, che non fosse una reale differenza di sentimenti, ma solo tempi diversi. Ma tu, maurice, sai che non è così. Il tempo non verrà in tuo aiuto. Tu hai atteso, ifrid ha atteso due anni e mezzo che la sua velocità cambiasse, tirando avanti nell’illusione che tu ti saresti adattato, abituato.
Ora cosa ti fa soffrire di più? Non poter arrivare a 70 o la consapevolezza delle reali ragioni per le quali non è riuscito ad arrivarci ifrid?
Ho dato il mio cuore in mano ad una persona che non lo voleva veramente.
Il sole splende sul buio del mio cuore. Quale assoluta ingiustizia si sta consumando nell’indifferenza del mondo…
Rari gesti d’affetto… “Non li sento“… “Non puoi pretendere che lo faccia come e quando vorresti tu“… Sono te, maledetto voldemort. Dopo tanta sofferenza, anche questa punizione: conoscere l’ultimo segreto del tuo cuore, vivendolo…
Lasciamelo dire: che pianeta triste è stato il tuo cuore, ifrid… ora che lo vedo con i miei occhi…
Cosa sceglierò di fare?
Ti odio ifrid… e oggi sarei pronto a commettere il tuo stesso errore.
Mi aggiro nel lato oscuro della luna…
4 luglio 2010
Sei capace di dimenticare, il giorno dopo, quello che hai provato la notte precedente… come pretendi di ricordare quelle emozioni a distanza di anni? E’ importante che io ricordi ciò che ho provato stanotte, la folla di sensazioni in guerra tra di loro.
Le ricordi maurice?
M. fa e dice tutto ciò che hai sempre desiderato che qualcuno facesse e (ti) dicesse. Ricordi, maurice, le sensazioni di stanotte?
Il buio, l’aria fresca, il letto grande, una piacevole sensazione di agio.
E tutto il resto…
Applico l’ermetismo.
Hai deciso di rivestirti, andare via. Ricordi perché?
E’ di nuovo buio sul tuo cuore, e intorno a te. Ti abbracciava in macchina, e ti baciava. E tu sentivi il graffio di voldermort bruciare sulla fronte… E gli volevi bene, eri grato per il suo affetto. Ma il graffio bruciava dentro… fino a che il dolore è stato troppo per sopportare il peso del suo corpo nudo sul tuo.
La trasformazione è compiuta. Quanto male si può fare per debolezza, paura… Nulla potrà essere più come prima, dopo questa notte. Ho firmato il patto con il sangue, ho perso la mia anima e sono passato al lato oscuro… Far soffrire chi ti vuole bene è il peccato originale.
Ore 18.27
Un giorno di abbrutimento. Caldo che ti attraversa la pelle. La finestra porta in camera la vita che c’è fuori… e che fuori resta.
Il silenzio mi getta tra le braccia della solitudine, e la solitudine è consigliera di azioni non corrette, non ragionevoli. Ho voglia di avere di nuovo quell’abbraccio, mi mancano quelle attenzioni… sarei disposto a dimenticare la notte scorsa per esse. Dimenticherei, pur di non essere solo, ora… E’ già stato così altre volte. Come quando accettavo di rimanere da solo, sempre qui, tanto a lungo, pur di vedere ifrid aprire gli occhi davanti a me, nel mio letto, ogni domenica… e vivere l’illusione di una relazione, purché sia.
Sogni ad occhi aperti.
Sono sul tram. Il piano rialzato mi permette di vedere l’interno fino in fondo, alla fine del mezzo. Improvvisamente, metto a fuoco… da lontano appare la sua immagine. Anche lui mi guarda, si è accorto di me, all’altro capo del tram. Ci guardiamo per un istante che sembra eterno. Entrambi scendiamo alla fermata successiva. Siamo ancora distanti. Inizio a correre sul marciapiede della fermata. Lui prende coraggio, e fa lo stesso. Fino ad abbracciarci, con forza. Non una parola, solo istinto, l’istinto di un anno e più di distanza. Un’attesa infinita che doveva finire in quell’istante, quando la mia preghiera sarebbe stata esaudita, finalmente, secondo la mia precisa richiesta: che tutto accadesse per caso, e non fosse solo il prodotto reale della proiezione di un mio sogno… come questo.
M. mi ha privato della possibilità di soddisfare il mio bisogno di maledire il mondo, piangermi addosso e costatare ancora una volta di essere l’unico artefice di tutto ciò che può accadere nella mia vita… E’ come perdere la verginità, la purezza infantile. Profondo il senso di smarrimento: non sono più la vittima del mondo, ma il carnefice. E se persino io posso essere il carnefice, significa che non lo è davvero nessuno. O forse lo è solo il caso, che si veste di destino per illuderci che si possa leggere negli avvenimenti una regola capace di sottrarci dal disperante vuoto dell’irrazionale.
Verbale di una seduta con Pino
7 luglio 2010
Canta Elisa: “Ho cercato a lungo, qualcosa che non c’è…”
Si discuteva di archetipi, ieri. Qualsiasi cosa, quando viene paragonata ad un archetipo, risulta perdente.
Mi sono creato un ideale d’amore che non esiste. E la cosa più triste è che mi sono costruito questo ideale sulla base di un’esperienza che è stata tutt’altro che soddisfacente, sotto tutti i punti di vista.
Cerco di non nascondermi. La tentazione di giustificare me stesso, le mie azioni, le mie decisioni sulla base di una convinzione razionale è fortissima. Ma credo di essere in grado, perlomeno, di vivere scelte non condivise dalle emozioni, consapevolmente.
Pino mi ha ripetuto: puoi anche forzarti a fare le cose, ma devi farlo con la consapevolezza di ciò che provi e di ciò che vuoi veramente… Non illudere te stesso, mi ha detto in sostanza.
Altro consiglio prezioso, ma quasi impossibile da seguire per me: provare piacere. Ecco, credo che questa breve frase sintetizzi alla perfezione la mia necessità. Devo imparare a provare piacere per ciò che faccio. La decodificazione verbale delle emozioni sta prendendo il sopravvento… sulle emozioni. Già per me è difficile viverle con intensità e leggerezza, ora sembra che comprenderle e dare loro una forma scritta sia diventato prioritario, rispetto al normale dispiegarsi emotivo del cuore.
Accettare l’eventualità di non provare niente. Un dato di fatto. Non provo niente. E se provo qualcosa… provarlo, prima dare una spiegazione.
E’ così difficile… Mi sento come un bambino che muove i suoi primi passi… una gran fatica per fare la cosa più naturale e meccanica del mondo…
Non sento niente.
Non sento niente.
Non sento niente.
Peccato originale
19 luglio 2010
Corri, corri, corri… Dove tu debba arrivare ancora non è dato saperlo.
Benessere artificiale, “condizionato”. E smetterò di stare bene, quando sarò fuori, e la giornata, la vita mi piomberanno addosso con tutto il loro bollente peso.
Peccato originale. Senso di colpa in assedio.
Dice una canzone: “quella cosa che chiamano verità, e che non sai cos’è, finché non sai mentire”…
Guardava la luna. Era persino romantico. E stavo bene, maledettamente bene… Buio, un po’ di paura, e la fisica costatazione che quella era la cosa giusta, per me… solo per me, Maurice, per nessun altro. E per il tuo unico bene, bisogna mentire, nascondersi nel buio.
Ora lo so, o me ne sono convinto… che è lo stesso: ho perso molto di più di un mediocre amore di due anni e mezzo con un ciciarotto parrucchiere… Il 13 aprile 2009 ho perso definitivamente me stesso. Maurice che aggancia lucchetti e scrive poesie, che cerca il faro, guarda la luna e il mare, e lì, proprio lì, dice “ti amo”, perché quel momento non tornerà più (e così è stato).
Ecco perché sono stato così male. Ho perso l’Amore, non un amore… E stanotte ne ho avuto la prova. Nessun dolore… nessun dolore.
Cosa nasconderanno questi volti? Quali pensieri?
La vita fuori è bollente… Ma qui si sta bene. La musica è buona, è quella giusta, oggi… Grazie Einaudi.
Non voglio più scendere. Uno schianto fortissimo. Muoio sul colpo. E la mia anima nera resterà qui per sempre.
Sono arrivato al Verano, luogo di “preghiere”.
M. è vicino… Buongiorno mio dolce ricercatore.
Corri… corri… Sempre tensione, muscoli rigidi, fiato sospeso, pensieri ossessivi, gesti veloci. Voce ansiosa.
Corri… corri. Dove vai? Cosa vuoi?
Qualcuno ci distrae tutti, e m’impedisce di piangere.
Posso smettere. Ancora nessuno schianto. Anche oggi dovrò scendere.
Lady Labyrinth
21 luglio 2010
Una vertigine.
Mi affaccio sul vuoto dell’ignoto. Ora che sono definitivamente consapevole della fine di maurice, il mondo del mio cuore assume tutto un altro volto.
Il fantasma della mia vita ha scoperto di essere morto. Ora deve scegliere se adattarsi alla realtà o sparire, sciogliendosi nell’infinito.
Hai paura di questa nuova vita che, semplicemente ti si presenta davanti… Maurice si è ucciso, gettandosi da Ponte Milvio… Stavo per scrivere “l’hanno ucciso”, e volevo accusare voldemort del suo assassinio. Ma so che invece ha costruito da solo, scientificamente, la sua morte, in due anni e mezzo di diabolico piano. E doveva essere un piano perfetto, infallibile, per ingannare un’ultima volta il suo cuore.
Non esiste più il tradimento. Lo credi possibile, possibile per te…?
In fondo, già con ifrid questo fantasma aleggiava minaccioso, mostrando presagi del futuro…
Un’altra vita… Devi solo scegliere se viverla o scioglierti nell’infinito, che oggi vuol dire solitudine ed ipocrisia, perché sai di non poter più fingere di essere vivo.
Ore 12.37
Ho un forte senso di oppressione al petto. Questo posto mi sta sempre più stretto, e mi rendo conto che tutto ciò che mi circonda, qui, è sbagliato. Disordine, fastidio, noia, sonno, mancanza di qualsivoglia stimolo…
Arriva Maria. Deve fare una telefonata a Londra con skype. Io reagisco con fastidio, e lei esclama: “Ma cambia lavoro…”. E’ davvero palese che sono arrivato al capolinea…
Altro salto nel buio…
Sono all’entrata del labirinto, non intravedo l’uscita.
[Ludovico Einaudi – Nightbook – Lady Labyrinth]
Il mito che si fa… telefonata
21 luglio 2010
Una telefonata dal passato…
Sembrava che nulla fosse successo, che tu mi raccontassi semplicemente la tua giornata, la tua vita che scorre con i suoi ritmi scanditi, fatta di piccole cose.
La tua voce… sembrava tutto immobile, ad un anno fa. E invece un mondo è esploso dopo di te, un altro è stato faticosamente ricostruito. Una vita di pensieri, lacrime e ossessioni. Una vita di volti e sensazioni, ricordi, e convinzioni. Una vita che, in quel momento, sembrava essere sparita, riavvolta indietro di un anno.
Che strana sera è questa. Voglio ricordarla così com’è. Senza emozioni travolgenti. Con questa leggera brezza che porta un po’ di sollievo dalla calura di una breve, bollente estate.
“Ho esagerato?” … Che razza di domanda! Sei voldermort, santo cielo… Tu non esageri, tu non chiedi, tu non fai… Tu sei conseguenza, non causa. Sei reazione, non motore. Sì, hai esagerato, ma per te, non per me. Un mondo dietro quei messaggi, un universo di chissà quali pensieri dietro quella breve telefonata. Cosa ci sia, non riesco nemmeno ad immaginarlo… già, dopo essermi chiesto mille e mille volte cosa ci fosse dietro i tuoi gesti, oggi non riesco ad avanzare nemmeno un’ipotesi. E la cosa più sconvolgente è che non sono nemmeno sicuro che m’interessi davvero saperlo. Forse lo temo. Perché anche il dolore, la perdita, la lontananza, la solitudine hanno trovato il loro equilibrio, in questa mia realtà fatta di te che non ci sei. E se tu ci fossi… oggi non saprei che fare. Per questo, una parte di me spera che non accada più nulla… e tutto continui ad essere come mi aspetto che sia.
Che buffo… Tante volte ho desiderato che la vita mi sorprendesse, e quando lo fa, reagisco con fastidio.
Null’altro accadrà… è sempre ifrid. Una specie di segreteria telefonica registrata un anno fa, se non fosse per le nuove informazioni: la macchina nuova, l’esaurimento nervoso e fisico, la vacanza in puglia… Ma avrei potuto raccontare io questa tua vita, senza nemmeno un grande sforzo d’immaginazione.
La leggenda che si materializza, e smette di essere leggenda, proprio perché diventa sostanza… La tua voce, la tua risata, il tuo dialetto, la tua vita sempre uguale. Tutto ciò da cui sono fuggito un anno fa, e che per un anno ho sognato, desiderato, follemente rimpianto. Sei tu… quello vero. Ma a me piaceva il mito.
Rinnovo della preghiera
23 luglio 2010
Ieri mi hai ricordato di aver fatto una preghiera. E mi hai chiesto se, dopo la telefonata, quella richiesta fosse ancora valida. Non ti ho ancora risposto. Ora mi rinnovi la richiesta.
Ti risponderò al Verano… voglio pensarci ancora un po’.
Stamattina mi sono accorto che il mio primo pensiero, dopo aver aperto gli occhi, non è stato ifrid, ma M.
Sta davvero cambiando qualcosa? Quel nuovo mondo vagheggiato, ma che non credevo ancora veramente posssibile, si sta davvero materializzando?
È come se un misterioso regista stesse organizzando ad arte le scene della mia vita, seguendo un disegno narrativo ben preciso… “Lo rivedrai solo quando il tuo cuore sarà in grado di sostenerlo”. E quel momento si avvicina. Allora potrai davvero fare ciò che è giusto per te, ma non prima…
Brivido. Trasalimento. Groppo alla gola. Voglia di piangere.
È davvero il momento?
Ho appena superato il Verano. Un sì convinto si affaccia nella mia testa. Ora sai cosa fare.
Ore 14.08
- E’ un sì di curiosità, misto a paura, desiderio e voglia di uscire dalla confusione. Ma, in fondo, sono comunque tutti buoni motivi. In realtà, ho sempre saputo che questa sarebbe stata la cosa migliore, come sono convinto di non dover fare qualcosa io, perché accada…
Il pozzo oscuro delle mie paure
26 luglio 2010
Proviamo a ragionare. Credo, con buon margine di sicurezza, che qualcosa in M. sia cambiato. Piccoli segnali. Su queste cose, il mio istinto non si è mai sbagliato, nonostante conferme dirette ed oneste siano sempre molto difficili da ottenere. E’ però quella tipica situazione che scatena la parte più irrazionale della mia paranoia, quella che mi fa perdere il controllo, fare cose stupide, e peggiorare situazioni già precarie.
Per questo esordisco dicendo: proviamo a ragionare. Oggi, rispetto al passato, ho questo formidabile strumento di autoanalisi che è il mio blog, sebbene pino ne critichi, alle volte, la funzione di “formulazione scritta delle emozioni” che, in qualche modo, svuoterebbe il valore e la portata del vissuto delle emozioni stesse.
Il mio primo istinto sarebbe indagare con pervicacia sulle ragioni del cambiamento, raschiando il fondo dei segnali – o presunti tali – alla ricerca di un perché, che forse esiste, forse no.
Ragioni contingenti? Stanchezza precoce verso questo rapporto? Nuove conoscenze? Frettolosa presa di coscienza delle differenze esistenti tra di noi?
Forse tutto, forse niente, forse qualcosa.
Ora come ora, devo farmi violenza per non attuare in qualche modo i miei dubbi. Dire, chiedere, fare qualcosa… Proprio mentre sto scrivendo, un occhio cade continuamente sull’altra finestra, in attesa che arrivi qualche segnale… che non arriva…
Sto scavando in fondo alle mie più intime ossessioni, come forse mai avevo fatto prima, osservando da vicino il ben noto terrore che sempre ho che qualcosa cambi, che la gente perda interesse verso di me, che si allontani, che mi abbandoni, che mi riservi indifferenza.
E ci sarebbe da chiedersi quanto il fastidio che ora sto provando per questa presunta indifferenza sia davvero ben riposto, sia cioè rivolto a qualcosa (o qualcuno) che ha così tanta importanza per me. Basterebbe solo rileggere i post precedenti per accorgersi che, prima del presunto cambiamento, i dubbi, gli atteggiamenti di indifferenza erano i miei… Oggi? Forse ha capito, e si comporta di conseguenza…
E quindi, cosa fare? Dovrei imparare a comportarmi in maniera lineare, anche quando certi dubbi si affacciano alla mia mente. Tentare di non farmi condizionare da essi, corrompendo da solo i rapporti con gli altri. Ma per me è difficilissimo nascondere un malessere del genere, quello che, più di ogni altro, mi fa perdere il controllo delle mie azioni.
Non fare nulla… o fare finta che nulla sia cambiato, il che sarebbe meglio. Ignorare i presunti segnali, non vedere gli “indizi”. Chiudere gli occhi e andare avanti sulla strada già percorsa. Scavare in fondo alle ossessioni e seppellirle sotto un fitto strato di oblio e indifferenza. Questa è la prima cosa che mi suggerisce la ragione. Forse non è psicologicamente una gran soluzione, visto che si serve della repressione di un malessere, piuttosto che del suo completo dispiegamento, per risolverlo. Ma se il malessere ha delle finte cause, o cause che sono solo proiezioni di mie paure, forse questa non è una vera repressione, ma un sano minimizzare l’entità del problema.
In conclusione, voglio spendere qualche parola sulle sensazioni di questa mattina.
L’autobus che sostituiva il 19 era stracolmo. La gente, gli sguardi, gli odori, i rumori, tutto m’infastidiva. E ifrid è tornato violentemente nei miei pensieri… Complice la telefonata? Immaginavo l’impossibile. E mi chiedo che origine abbiano quelle proiezioni oniriche. Reali bisogni e desideri, o avvelenato frutto di una ben nota ossessione? Una domanda che si ripete da più di un anno, e che non ha avuto ancora alcuna risposta…
Cronaca dal 19 confuso
29 luglio 2010
In questi giorni il 19 mi ha tradito.
Non più luogo di tranquilla riflessione, isolato dalla musica, mentre il mondo affollato di vite mi circonda ignaro. Ora è odissea di cambi e confusione…
Confuso, come sono io. Immotivato stato d’ansia, quasi permanente, a far da sottofondo alle mie opache giornate.
M. è in viaggio verso Civitavecchia, alla volta di Olbia, quindi Porto Cervo. Lo raggiungerò… forse.
Pieno di se, pieno di ma… Amori passati, passioni presenti, affetto e dubbi, tenerezza e fastidio, nostalgia e ricordi. Forse è solo stanchezza. S’intravedono giorni di libertà e solitudine, abbrutimento e lunghe dormite.
Cosa vorresti fare? Niente. E niente farai…
Il pianoforte distorto nella Cavea, è sera, aria frizzante, cielo di pioggia. M. mi è vicino, mi prende anche la mano. Unico guizzo emotivo, quella serata, in una settimana che scorre veloce e senza significati da interpretare… E l’ebrezza dell’alcool lunedì. Stordimento e risate, quando l’incoscienza mi svuota l’anima e mi lascia andare via, nell’aria… libera il corpo, prosciuga la mente.
“Devi concederti il piacere di essere stupito”. Risuona l’eco di un bisogno personale che diventa preziosa esperienza da consigliare a me. M. propone “qualcosa” per sbloccare il freno a mano. È davvero tutto lì il problema? Stupore, relax, lasciarsi andare, perdere il controllo.
Cosa avrà da darmi, da dirmi questo mondo, se lo lascio fare, se lo lascio parlare?
Le onde dell’anima
Lunedì 2 agosto 2010
“Gli amori impossibili sono quelli che non finiscono mai”.
Forse perché hanno sempre qualcosa da dire. A me non importa la logica altrui. Io resto a “forse è tardi, forse Invece No”. Così non andrai mai avanti, mi si ripete. Ma avanti dove?
Il tram accompagna i miei pensieri del mattino. Limpido primo giorno d’agosto. Non sono triste, maurice. M. mi manca. Sento di volergli bene. Ma il mio cuore ha ingaggiato ormai la sfida impossibile.
L’amore come l’iPhone… vuoi avere sempre ciò che non puoi permetterti, e sei disposto a deformare la realtà per averlo. Come se la realtà avesse una forma assoluta e non fosse invece il prodotto delle proiezioni dell’umanità.
Cercavo ieri la frase che concludesse la giornata. E meditavo sul fatto che per uno scrittore la parola scritta può diventare una condanna, la condanna di riuscire a farsi capire solo per iscritto. E quando mi chiedono cosa sento, vorrei correre a scriverlo, per poi farlo leggere (questa non è mia). È molto di più (molto peggio) del sublimare le emozioni per iscritto: è l’incapacità di viverle ed esprimerle, se non scritte. Ed è sempre stato così, non quindi un pericolo di questi tempi.
Mercoledì 4 agosto 2010
Primo esempio di post transgiornaliero.
Ricevere attenzioni è un bisogno umano naturale. Perché solo io dovrei sentirmi in colpa del fatto che ho questa esigenza?
Ripiombo nel tunnel della triste routine… Elemosinare attenzione. Una telefonata di “servizio”, con una durata standard che è diventata quasi una condanna temporale… “ti saranno concessi sempre solo 10 minuti di attenzioni”.
Giovedì 5 agosto 2010
Ultimo giorno (si spera) di lavoro.
Bang! Uno sguardo di troppo colpisce il mio cuore, svegliandolo dal torpore mattutino. Non ha seguito, non è importante e, alla fine, nemmeno m’interessa… Ma volevo sperimentare questo esercizio letterario della cronaca in diretta.
Arriva Barbara. Finito il mio sfogo letterario…
Ore 11.15
L’aria è fresca qui in ufficio, e si avverte chiara l’atmosfera prefestiva. I momenti più belli sono quelli dell’attesa, molto più del vissuto.
Ho prenotato il biglietto per il viaggio. Mi sono coccolato: poltrona e pranzo… 80 euro (con Mastercard!).
Attimi di serenità. Qualche problema economico, la macchina che non va, l’assicurazione, la pervicace ossessione di un cellulare di cui non avrei bisogno ma che voglio fortemente.
Attimi di serenità. Da ricordare.
[Ludovico Einaudi – Le Onde]
Amici di Paradiso
8 agosto 2010
Mario, lassù, deve aver fatto amicizia con Aldo e, sapendo che, nei giorni dell’anniversario della sua morte, io ero qui a Porto Cervo, ha chiesto che venissi a curare la tomba del suo amico, come se lo facessi per la sua…che invece non ha verde.
Mi piace pensarlo, e ricordarti così oggi, nonno… curando la tomba di Aldo.
Chi ha paura del futuro?
9 agosto 2010
Uno, tanti scogli sull’acqua. Una spiaggia perduta. 4 persone, due nude. In lontananza barche e yachts, in cangianti tonalità di blu…
Pensavo fosse il momento adatto per mettersi a scrivere, e mettere ordine all’esercito di multiformi pensieri. M. dice che questa notte mi sono agitato molto e ho persino parlato. Una grande anomalia per me. Il mio inconscio è profondamente inquieto, si vede…
Tutto è (ri)cominciato venerdì sera.
Arrivo a Porto Cervo. Un mondo nuovo, da scoprire. M. dolce e premuroso. La casa di Marina che affaccia sulla chiesetta, in mezzo alla collina. L’aria è fresca. Vacanza e pace. Risate e sorrisi. Sto bene. Poi, lei fa le carte ad M. Io un po’ sto in ansia, vorrei ascoltare loro che parlano di là in cucina. Bevo alcool e un po’ mi stordisco. Quasi non mi accorgo, quando arriva la telefonata, di chi sia effettivamente. Leggo quel nome sul cellulare con incoscienza. Chiama voldemort. Stavolta è più loquace. Io stimolo meno la conversazione. Parla lui. E sembra quasi attento a me, vigile. M. e Marina tornano. Arriva anche Mariella. Io devo liquidarlo…
- Poi quando hai un po’ più di tempo, devo parlarti. Ormai è passato molto tempo ed io devo togliermi un peso…
- Mi devo preoccupare? Lo sai che sono ansioso…
- No, sono cose tranquillissime – si affretta a precisare lui – mi prometti che stai tranquillo?
Inconsueta premura. Ma l’ansia resta…
Cosa accadrà?
Marina legge le carte anche a me. Sono ancora più stordito.
- Hai una relazione non conclusa con una persona che non vive dove vivi tu… – questo il suo esordio, senza che io le dica nulla.
- Questa non è la persona adatta a te. Ma tu ci ricascherai, e finirà malissimo. Poi incontrerai una persona speciale, con cui costruirai il tuo futuro, ma non sarà a Roma, città da cui andrai via, tempo 2 anni…
Questo in estrema sintesi ciò che mi hanno detto Marina e le sue carte.
In tarda serata, la moto di M. mi mostra Porto Cervo di notte, io lo abbraccio, il vento sul viso, ubriaco. Ho risentito ifrid che mi vuole parlare (è tornato?), Marina mi ha fatto le carte, sono a Porto Cervo e giro in moto di notte sulla costa.
Com’è bella oggi la mia vita, piena di emozioni e cose da vedere, da vivere… Ho il cuore che trabocca di sensazioni belle e brutte: i migliori anni della mia vita… E ricorderò Porto Cervo 2010 per tantissimo tempo… Grazie M.
Tre giorni dopo, sono qui a raccontare. È pomeriggio, in riva al mare. Tecnologia e natura. Ieri, il sesso mi ha riportato nel tunnel. Consapevolezze e oscurità. Oscuro il mio cuore, oscura la mente che si sfoga in un incubo notturno… Chissà cos’era… Urlavo “No”… E forse so di che si tratta. Un’altra storia.
La Tempesta perfetta
13 agosto 2010
E la telefonata tanto vagheggiata, tanto attesa è trascorsa così, senza sussulti, né riflessioni travolgenti. Son passati 3 giorni e solo ora ne parlo. In realtà, non ho nemmeno molto da dire. Purtroppo, le proiezioni delle mie fantasie mi rendono molto più eloquente della realtà, come a ribadire che sono decisamente più bravo a raccontare emozioni, piuttosto che a viverle.
E’ venerdì. Giorno d’elezione. La testa un pò confusa dall’alcool. Qualche problema economico. Il traguardo dell’iPhone è molto vicino. E’ ordinato. Arriverà (verosimilmente) giovedì.
Ti ho pensato molto in questi giorni, ifrid. La tua telefonata non è passata inosservata… ma non so decodificare pensieri ed emozioni. La realtà è sempre diversa. Aspetto che accada qualcosa, qualcos’altro, perché ciò che è, non è mai abbastanza – almeno per me.
E penso a M. che da lontano mi sembra distante… lontanissimo. Mi mancano le sue faccie buffe, ma non mi manca il suo contatto aggressivo. Sembra sempre che abbia in serbo qualcosa da dire… che poi non dice.
Passato e presente che s’intrecciano ed entrano in conflitto in me, quando non esiste alcun conflitto… tra un passato che non tornerà, ed un presente che non c’è. Sono sempre io, solo, con i miei pensieri, le mie illusioni, il mio anelito all’amore che non ho mai avuto, e mai si presenta davvero soddisfacente ai miei occhi. L’Amore perfetto, come la tempesta.
Progetto del cuore mio che si rifiuta di credere che il sogno non esista.
E’ sera. Non è finita. Questo giorno ha ancora qualcosa da raccontarmi. Mai pace, mai sereno. Corsa perpetua verso l’ignoto, che ha fascino e promesse da fare.
Sei tornato nella mia vita. Perché, non oso ipotizzarlo, non voglio. Mille e una ragione, oscura ai miei pensieri. Ho visto le foto della tua ultima vacanza. E… devo proprio dirtelo, il tuo sorriso è sparito, o spento. Un’impressione inquinata dalle convinzioni costruite? Chissà… ma è la prima cosa che ho pensato, quando le ho viste. E’ già sparita la serenità del Primo Maggio? Ma l’album s’intitola “Vacanza Mitica”.
Parlo direttamente a te, perché mi piace pensare che tu ora mi legga: la risposta alla domanda che ti sei fatto, tornando, è… SI’.
Tempesta…
Avrei bisogno di te, M. … e sei lontano. Ho bisogno di te, se vuoi saperlo. O forse non vuoi, non t’interessa.
Chi pensa non ci sia ordine, pensa bene. Io qui non ho ordine, non ragione. E’ il mio cuore che liberamente (stra)parla.
Tempesta…
Tromba roboante. Tuona.
Soffia furente il vento.
Prorompe scrosciante. Piove.
[Giorgio Costantini – La Tempesta]
La solitudine del giusto
16 agosto 2010
Ho sublimato la solitudine con la fotografia. Sono riuscito a dare un senso al mio ferragosto, andando in giro per Roma a fotografare volti e cose (non monumenti, se non parti di essi). E il post-produzione a casa, fino a notte inoltrata, è stato ancora più divertente.
Un bel ferragosto, non noioso, non banale, non scontato, in totale – ma piacevole, stavolta – solitudine.
Vorrei indagare le ragioni profonde della pigrizia che mi prende quando sono totalmente libero da impegni. Ho bisogno di spinte potenti per fare… Molti pensano che, per me, sia il primo sintomo di uno stato tendente alla depressione. E allora, dovrei chiedermi perché corro questo rischio…
Ferragosto per le stra di Roma. Pochi romani… babele di turisti. Colosseo, Foro Romano, Piazza Venezia, Teatro Marcello, Monte Caprino. Foto, tante stupide foto. Aria piacevole, sole, città multiforme e multicolore. Uno stato d’ansia represso dall’impegno dell’osservazione, scelta dell’angolazione giusta, e dello scatto adatto.
Ecco le mie preferite…
Tomba di Cesare
Giapponese ai Fori
Turista su Via dei Fori Imperiali
Guida… al Colosseo
Affresco nei pressi di Teatro Marcello
Ore 15.05
Riflessione inevitabile
Arriva una battuta di pessimo gusto da parte di M. Spero di aver capito male io, di aver dato a quella frase un significato diverso da quello paventato.
Il mio pensiero è stato: purtroppo non troverai mai nessuno abbastanza sensibile da evitare finanche battute sull’argomento (sebbene ifrid non ne abbia mai fatte – non in mia presenza, almeno – sull’argomento…).
E poi mi sono detto: tu ne faresti? La risposta è: no, mai.
Una delle poche cose che ho imparato, in questo anno e mezzo di traversata nel deserto, è non accontentarsi mai di avere meno di quello che si è disposti (e in grado) di dare…
La bestia nel cuore
18 agosto 2010
Rabbia repressa. Impossibile da sfogare altrimenti, se non scrivendo. Dovrei urlare e spaccare ogni cosa.
Rabbia per l’immobilismo, rabbia per la noia, rabbia perché le cose non vanno mai come me l’aspetto.
La maledizione si ripete. Silenzio. Provo a pensare. Silenzio. Provo a fare qualcosa. Silenzio. Provo a riflettere e razionalizzare. Silenzio. Provo a comunicare il mio disagio. Silenzio. Silenzio. Silenzio.
Il mondo è un tunnel oscuro d’incomunicabilità. Nessuno è in grado (o vuole, o può) comunicare ciò che davvero pensa, davvero sente. Ed io sono condannato ad urlare nel buio e nel silenzio.
5/10 minuti di “conversazione”. Vuoto. Parole inutili. Informazioni che si perdono nelle onde elettromagnetiche di un cellulare. Poi torna il silenzio.
Rabbia repressa. Cerco di dare una formulazione razionale a questa sensazione potente e incomprensibile che mi porto dentro. Ansia, confusione… la rabbia mi fa tremare i polsi.
Da due giorni, medito violenza. Basta – mi ripeto – basta! Tutto questo, anche questo deve finire. Come un anno e mezzo fa, più di allora, perché ci sono ancora meno ragioni per dare un seguito a qualcosa che non ha senso.
L’indifferenza è il virus che uccide la mia lucidità. E l’unica cosa che riesco a fare, per reagire, è spaccare tutto, rovesciare il tavolo e sbattere la porta dietro di me.
Ho il respiro corto. Ora mi fermo. Spacco tutto. E prendo tempo, per farlo. Non ci sarà chiarimento, non cambierà nulla. E’ fatto di proposito, e lo sai. Perché? Per vendetta, per indifferenza, per noia o – il male assoluto – per incoscienza. Combattere contro il nulla… combattere contro l’incoscienza. Quando qualcuno ti fa del male senza sapere che lo sta facendo, la battaglia è persa prima ancora d’intraprenderla.
Rabbia. La conosci bene. Ti pesa al centro del petto. La ricordi… è familiare. Telefonate a vuoto. Messaggi muti. Domande senza risposta. Ostinato silenzio. Quasi divertito, voluto, consapevolmente crudele. Perché tu sei stupido, sei pazzo, sei paranoico… e quelli come te meritano solo il silenzio, l’indifferenza, la perenne distanza. Non puoi, non devi essere preso sul serio, perché sei pazzo e paranoico.
Basta – mi ripeto – basta! E voglio (anche questo) comunicarlo in qualche modo, nella speranza che colpisca, nella speranza che ferisca. Ma sai che è uno sparo nell’acqua. Plooooooffff
E non starai meglio dopo averlo fatto. Soffrirai solo tu. E se sofferenza ci sarà dall’altra parte, nessuno verrà a dirtelo, non lo saprai mai, brancolerai nel buio. Mi tappo le orecchie e urlo sconnesso.
Mi teneva la mano, gli scappò una lacrima. Mi spaventai. Ma lo trovai meraviglioso. Bellissimo.
Mi allontano.
Ho ripreso la mia macchina, dopo il lavaggio. Martoriata da graffi e piccoli incidenti. E’ sempre bella, come quando me ne innamorai… Matoriata dal tempo e dall’incuria.
L’aria mi ha fatto bene. Sono più calmo. Meditavo di non fare proprio nulla. Reprimere – ancora una volta, come sempre – la rabbia e l’insoddisfazione, e provare a fingere che vada tutto bene. Che senso ha? Innanzitutto, prendo tempo (tempo per cosa?), poi cerco di capire le reazioni (quali reazioni? Se non reagisce con le provocazioni, figuriamoci in mancanza di esse…), e attendo di diventare più forte per tagliare i ponti… Ma, prendere coraggio e tagliarli subito, visto il tuo stato, no?
Ok, tagliare i ponti. Ma con quali motivazioni? E poi, tagliare cosa, una telefonata di un paio di minuti al giorno? Il delitto perfetto. Non puoi fare nulla… se stai male per il nulla. Ma può finire così… morendo a poco a poco di noia, silenzio e indifferenza?
Rileggo… ho come l’impressione che stia arrivando una risposta importante.
La risposta è diversa da quella che mi aspettavo. Ed è: molto rumore per (il) nulla. Io sto male a prescindere da M., che è solo un pretesto. L’insoddisfazione è dentro di me. Ma la rabbia resta, come il bisogno di rovesciare il tavolo. Forse lo farò.
Ore 01.06 del 19 agosto 2010
Il 19 agosto è una data che rievoca molti brutti ricordi… Una data che, in un certo senso, ha cambiato la mia vita. 10 anni esatti. Una litigata furibonda al telefono, l’outing più rumoroso (e sciocco) della storia.
Mi metto a scrivere solo per dire che… forse ho deciso di non fare nulla, non dire nulla, e lasciare che le cose muoiano così, lentamente, dissolvendosi nel tempo, nell’indifferenza e nel silenzio. Questa è la strada che – ancora una volta – è stata scelta per me. Devo solo imparare a non avere scrupoli, quando si tratterà di operare tagli violenti. Altri 10 giorni di silenzio. Non credo che questo “feto” supererà una notte così lunga… e il bambino nascerà morto.
Impara la crudele legge del silenzio, maurice, imparala, una buona volta.
E silenzio sia. Spero che tu sia in grado di rispettare questa scelta. Sarebbe un importante segnale di “crescita”.
Rivelazioni su rotaie
22 agosto 2010
Si torna a casa. Edizione 2010 di un piccolo viaggio già provato nel 2009.
Alcune similitudini. M. al posto di ifrid, stessa risoluzione di cambiare prospettiva e voltare, anzitempo, un’altra pagina.
Non sono in pace, ma Lucio canterebbe ancora “Nessun dolore” per me.
Volti, “scorci” e dettagli. Sono curioso di rivedere con occhio postumo quello che ho fotografato, la resa a video, il risultato, dopo il lavoro del post-produzione.
Tanto da rifondare, tanto ancora. Mi sembra che, ad un anno di distanza, non sia cambiato molto in me. Stesso vuoto, stessa ansia per un lavoro che mi opprime, stessa solitudine.
Un po’ di consapevolezza in più…
Ma un anno in più sulle spalle, senza risultati, senza cambiamenti.
Malinconia ma nessun dolore…
Ieri pensavo che la mia vita potrebbe davvero prendere la strada della solitudine volontaria, definitiva. Il pensiero mi provoca quasi un senso di sollievo. Celine Dion sta testé intonando il suo “All by myself”… anche se urla che non vuole più…
Eppure la solitudine volontaria ha una serie di vantaggi non trascurabili, primo fra tutti quello di sottrarre al caso il potere di decidere della felicità per il tuo cuore. Una mediocre serenità, perenne… Il cuore spento che, per mancanza di sbalzi emotivi, smette di battere, e quindi anche di far male, finendo nell’atrofia.
Nessuno più, al di fuori di me, potrà essere padrone del mio benessere emotivo, condizionando il mio umore.
Il controllo assoluto, definitivo di tutto. Nessun sorriso mancato, nessun messaggio senza risposta, nessuna assenza. Solo io, oggetti inanimati, parole e natura a darmi emozioni attese e costruite. Almeno in amore… che non è affatto poco, per me. Sublimare il bisogno d’amore con altre emozioni, affetti amicali, sesso e arte. Tanti l’hanno fatto prima di me, più o meno consapevolmente, non sarebbe una scelta originale, assurda o impossibile. Chi mi conosce pensa che sia impossibile per me… Ma posso cambiare, manipolare la forma del mio cuore. Si può fare, basta volerlo veramente. E lo voglio?
Mentre lo scrivevo, pensavo che depotenziare il caso nel destino del cuore significherebbe accogliere solo le casualità positive… Invece, una scelta di vera mediocrità affettiva vuol dire rifiutare anche ciò che di bello il caso può portarci (un amore inatteso), per non rischiare capovolgimenti della sorte, ripensamenti… In fondo, il problema non è incontrare le persone giuste, ma fare in modo che queste persone restino nella tua vita, essere in grado di renderle parte di essa, o fare in modo che non decidano di allontarsene.
In questi giorni, indagine sulle ragioni dell’allontanamento di M.
Qualche congettura: si è stufato di rincorrerti. Da lontano, ha messo da parte bisogni ed emozioni, ed è sparito (ma aveva cominciato a farlo anche prima di partire).
Ha capito che sono la persona sbagliata, per diverse ragioni: sessualmente non c’è feeling, e per lui il sesso è tutto (o quasi); l’interesse iniziale per la mia mente è progressivamente scemato… si è reso conto che, dietro la facciata di buona cultura, proprietà di linguaggio e sagacia mentale, c’è un 34enne, per molti versi, infantile (vedi il capriccio dell’iPhone), irrisolto, maldestro nelle questioni pratiche, come nella vita. A 41 anni, verosimilmente, cercherà un compagno vero, qualcuno su cui poter anche contare, e non un ragazzino (troppo cresciuto) confuso a cui badare.
Ma adesso, maurice, siamo io e te da soli, nessuno ci ascolta… Tu sei davvero così? Come hai fatto ad apparire così ai suoi occhi, voglio dire, proprio tu? Tu che ti sei sempre considerato tanto autonomo e maturo, che hai fatto dell’esperienza, in vari ambiti, il tuo punto di forza…
Allora ci sono poche alternative: M. è stato precipitoso e superficiale nel giudicarti (e un po’ superficiale, secondo me, lo è, anche se lo nasconde benissimo, ma lo si nota quando si lascia andare con i suoi amici…); oppure tu devi rivedere le convinzioni sulla tua maturità…
Sta di fatto che il confronto con una persona più grande, più affermata e conclusa nella propria vita, è risultato abbondantemente deficitario e perdente… ha dimostrato che, al momento, tu hai molto meno da offrire ad un rapporto di coppia vero, di quanto pensassi.
Madonna canta nelle cuffie. L’aria condizionata, il sole sulla via del tramonto, persone che mi circondano, il treno che corre tra paesi del basso Lazio.
Una rivelazione: forse hai avuto poco da offrire, perché quello era tutto ciò che ti sentivi di offrire a “quel” preciso rapporto – ed ovviamente questo non poteva bastare ad M. … E a dimostrarlo sta l’approccio completamente diverso che avevi con ifrid e alla storia con lui, dove maturità, impegno, iniziativa, prospettive e progettualità di certo non ti mancavano.
Ma riuscirai mai ad essere onesto con te stesso, almeno nei sentimenti, una buona volta?
Ore 23.38
Adesso c’è un omicidio, con tanto di movente e colpevole. Adesso è tutto più semplice. Questo ti scagiona agli occhi del mondo, allontanando da te il sospetto che tu sia quantomeno il mandante (visto che non puoi essere l’esecutore materiale). Ora puoi ergerti a giudice censore della (im)moralità altrui. Tu sai la verità, ma hai un alibi inattaccabile, e una confessione piena, inequivocabile del colpevole. Non sto meglio, ma reciterò la mia parte fino in fondo, credendoci fermamente, come sempre…
Delirio da overdose di vuoto
28 agosto 2010
Caldo maleodorante e sudore. Penombra che filtra il silenzio, rotto da qualche rara automobile, il rumore delle foglie, vocio distante e incomprensibile. Ennesimo giorno, uguale agli altri. Ore, e ancora ore. Abbandono dell’anima. Non piango più l’indifferenza altrui, ma la mia.
Il vuoto permea di sé lunghe ore della giornata, paralizzando il corpo, atrofizzando il cuore, confondendo la mente, riducendo il respiro a pochi, brevi sospiri di vita.
Estate 2010. Finita.
Porto Cervo ed M. . Tenerezza, paura e fastidio. Napoli. Caserta. Tivoli. Roma. E ancora Roma, fotografie, per rompere il silenzio dell’anima. E casa mia, il mio letto, il mio cibo, il mio sesso, il mio computer, il mio cellulare (quello vecchio e quello nuovo). E ancora io, da solo, in compagnie fugaci, e poi da solo, per volontà, per forza.
Caldo. Non più umano, non completamente. Se non in questi pensieri, quasi per la prima volta, dopo giorni e giorni. Una vita meccanica, scandita da orari e rituali, macchine che decidono il mio percorso, i miei movimenti, le cose (poche) da fare e quelle (tante) da non fare. Una brusca frenata sul petto impedisce (quasi) ogni azione.
Già da domani, accenti di normalità. E questa estate 2010 sarà ricordata come l’ennesima speranza che sia l’ultima, di abbrutita solitudine.
Volontà ferrea, e desiderio del nulla. Silenzio, solitudine e paralisi (fisica e mentale). Prigioni volute con masochistica determinazione, per distruggere i sentimenti, ed evitare di pensare. Per dare un senso al silenzio (quello) non voluto, al vuoto (quello) imposto dagli altri.
E sto cercando di dare una spiegazione a ciò che è solo dentro di me, solo colpa mia. Sì… lo ribadisco, colpa.
Fango. Maleodorante, caldo e sporco. Le mani sono pregne di fango che si solidifica. E perdo il controllo della pulizia, in questo incubo pruriginoso, che ha una causa nei piaceri del corpo, come in ogni divina punizione biblica.
Quanto tempo… Tempo che non tornerà più. Tempo che non voglio, che non serve davvero a me, ma a tutto ciò che di esterno incombe sulla mia vita, come il lavoro, le relazioni umane.
Ho qualcosa da fare. E cerco scuse per evitarlo. Perché il nulla non è mai troppo in questa mia vita. Drogato di nulla e vuoto, quando faccio qualcosa, vado in crisi d’astinenza. E devo tornare il più presto possibile immobile, in silenzio, al buio. E il corpo comincia a portare i segni dell’abbandono.
Qualcuno direbbe che voglio punirmi.
Ma io voglio punire gli altri, il mondo. Tutti.
Risveglio
30 agosto 2010
Sarà difficilissimo questa mattina superare il senso di angoscia che mi pervade. Certo, il rientro a lavoro fa la parte del leone nel vuoto e nella frustrazione che provo. E un livello in più nella consapevolezza che sto percorrendo una strada sbagliata (o senza uscita, ormai…) è stato superato.
Stamattina, è stato come svegliarsi da un lungo sogno (e nemmeno bello), e accorgersi di aver dormito per settimane. La casa è in uno stato di abbandono inaccettabile. Trovo quasi inspiegabile aver permesso che la situazione mi sfuggisse di mano, fino a questo punto, senza aver fatto nulla per impedirlo. Sono tante, troppe le cosa da fare, sistemare. Ci vuole metodo, regole, pulizia e ordine. Ordine, ordine, ordine. Il pensiero mi tranquillizza, l’ordine è l’unica cosa che, in questo momento, riesce a comunicarmi un po’ di serenità. Devo trovare il modo per reprimere lo stato di ansia incontrollabile che in questo momento mi pervade, quasi insopportabile, sempre più potente e difficile da gestire.
Ansia. Parola del giorno.
Sto prendendo coscienza di avere un problema serio con l’ansia, una sensazione tanto forte quanto ben nascosta dal controllo delle emozioni, delle espressioni che faccio trapelare all’esterno…
L’umanità mi circonda con il suo carico opprimente di calore, odori e rumori. La musica aiuta l’isolamento, il giusto distacco che mi permette di vedere ma di sentire il meno possibile.
Torna la solita domanda: cosa vorresti ora, maurice? Pensa a qualcosa che ti farebbe stare bene…
Una bella casa, ordinata, pulita, arredata semplicemente ma con gusto. Io che mi sveglio, non troppo tardi. Lo lascio dormire ancora un po’ a letto. Preparo la colazione, si sveglia con l’odore del caffè, ma non si alza. Torno da lui a letto. Gli accarezzo la testa. Apre gli occhi e mi sorride. Buongiorno amore. La felicità.
Sono al Verano. È una preghiera anche questa? Quella che darebbe un senso ad una vita intera…
Passo davanti all’ISS. Buongiorno M. “Deluso da me, da te, da quello che non ti ho dato…” – “Tu non arrabbiarti ma io non ti perdono…”
Oggi, per te, potrei scriverle tutte le parole di questa canzone. Ascoltala, se vuoi…
Tutta la Verità
1 settembre 2010
Stanotte, un temporale potente. Non l’ho sentito. Dormivo. Stamattina: aria limpidissima e fresca, cielo terso… senso di pulizia e purezza. Il mio cuore è tornato libero, completamente. Bentornato dal tuo lunghissimo viaggio. Ancora pensieri, rancori, ansie. Ma il cuore è tornato. Ifrid non è più Voldemort. E mi ha restituito il cuore… senza saperlo. Dolore scaccia dolore, rancore scaccia rancore.
E forse ora farò anche pace con Tiziano Ferro.
Sono un po’ confuso, e un senso di smarrimento mi pervade, come se andassi a vivere in una nuova città. Strade sconosciute, non so quale intraprendere, e non intravedo quella da percorrere… perché non c’è. Sono triste per questo? Non esattamente.
(Ma come fa Ludovico Einaudi a suggerirmi sempre la musica giusta?)
Passaggio. Vorrei avere la forza e il coraggio per cambiare la mia vita. Ed ora vivo quasi ogni cosa come una costrizione. Gli impegni di lavoro, quelli economici, familiari, umani in generale.
Una città sconosciuta. Nessuna sa più chi sono, e potrò essere di nuovo chiunque. Non più giornalista, non più gay, non più amante deluso, leopardi cervellotico… Solo Alessandro (forse anche un altro nome). E gente che ha ancora, di nuovo, voglia di sapere, di scoprire chi sono.
Una pagina… no, un libro bianco…
Fai un grosso respiro. Ho voglia di piangere. Un altro mondo è possibile? Ho sempre, ancora bisogno che qualcosa accada fuori di me…
Ora che sono rientrato in possesso del cuore, vorrei riempirmi di buoni propositi. Niente backup, una formattazione completa, in bassa frequenza, che nemmeno la polizia postale potrà recuperare.
E Mina canta… Parole parole parole. “Che cosa sei… Non cambi mai…”
Ancora Mina, ma tutt’altro messaggio… Il genio del bene. “Sono l’Amore…” Sempre più forte, sempre più grande.
Amore, amore, amore. Sono vivo veramente solo quando amo, la mia unica, vera forza. Bellissimo il mio cuore innamorato, senza confini, né barriere, quando tutto diventa possibile. Il respiro si fa corto e torno a sognare.
Mi sono svegliato con il cuore libero. E ora che faccio? Che ci faccio?
È il momento di andare, e lo sai. Ma probabilmente non lo farai, nemmeno stavolta.
Ieri, mi scattavo foto. Quando rido, sono pieno di rughe. Forse per questo non rido mai… È davvero tardi. Quanta soddisfazione c’è nelle occasioni colte! E frustrazione in quelle mancate… Ma si sa che le rose più belle sono quelle che non colsi…
Aspettavo il Verano. Luogo di preghiere.
Vorrei poter essere orgoglioso di me e della mia vita.
Da Disney a Meg Ryan
7 settembre 2010
Si ragionava sulla fede. È un concetto che, fin da piccolo, mi ha sempre affascinato… Credere fermamente, senza dubbi né incertezze, in qualcosa. Non ho mai avuto veramente fede in qualcosa, essere profondamente convinto… Il dubbio ha sempre fatto positivamente parte di me, ne sono orgoglioso, ma il potere magico della fede stuzzica la mia fantasia.
Ierii sera tornavo a casa. Tragitto dalla macchina al portone. Notte, aria fresca, silenzio, luci della strada, un ristorante ancora aperto, qualche persona passeggiava. Laura Pausini cantava “Invece no” per me. Ho quasi avuto “fede” che tu mi sentissi. È stata una convinzione fortissima in qualcosa di inspiegabile e non naturale, come può essere la telepatia o, più filosoficamente, una “comunione di cuori”. Quanto vorrei potertelo chiedere… Non so in che modo tu possa avermi sentito: un tuffo al cuore, un pensiero improvviso, una sensazione di nostalgia o smarrimento apparentemente senza motivo, una fantasia potente come la mia… Ero con te in quel momento. Aspetterò altri anni per conoscere anche questa verità.
Le mie attese procedono per ere geologiche, in questo gioco crudele e quasi compiaciuto che ormai faccio da anni… Aspettare testardamente che la lentissima corrente del fiume porti i cadaveri dei miei nemici alla foce, dove sono io ad attenderli. Per vederli di nuovo, e dimenticarli.
Convinzioni che sfidano la realtà. Un sogno quasi infantile, sicuramente adolescenziale. Esiste, da qualche parte del mondo, l’altra metà. Nessun ideale… Essere finalmente, autenticamente se stessi. Quei gesti, quelle parole che sono esattamente ciò di cui avevi bisogno, a volte, senza neppure saperlo.
Rovinato per sempre dalla retorica hollywoodiana, da Disney a Meg Ryan…
Ludovico suona “Lontano”. Lontani ora sono i ricordi, e i loro protagonisti, lontani dal mio cuore, che ora è qui, ed è stato per tanto tempo la loro casa.
Un ricordo: la Cavea dell’Auditorium, mi prendi la mano… Non vedevo l’ora che tu lo facessi, sai…
E sei fra altre braccia, e sei felice, come potrei esserlo io… Nessuna colpa, solo tanta nostalgia per quello che poteva essere, e non è stato, per quello che è stato, e non sarà più…
Tanta lucida consapevolezza. Cosa me ne farò mai, se sono ancora solo?
Ieri dicevo: soltanto chi si accontenta smette di essere solo. Sarà per sempre così? Aspetto, senza più tanta speranza, che il mondo mi stupisca.
Ancora fede, attesa e sogni infantili… Maledetta Meg Ryan!
Io non so parlar… di felicità
17 settembre 2010
La felicità non si comunica. E il mio silenzio dice che sono sereno. Vorrei che il dolore fosse ricordato, ma la felicità va dimenticata.
È venerdì. Il cuore si svuota e lascia una dolce nostalgia. Penso a tante cose, penso a te. Vorrei scriverti, mandare alle macchine un battito per dimostrare che qualcosa tra di noi è ancora vivo… solo una pulsazione. Il cuore non è morto, e i medici tornano a sperare di poterlo ancora salvare. Un battito… in questo elettrocardiogramma piatto.
Diario di fallimenti e frustrazioni.
La mia parabola col circolo si sta concludendo, rasentando il disonore. Il mio lavoro è sempre più lontano da desideri, aspirazioni, volontà, convinzioni. La fortezza delle mie ragioni è senza più alcuna difesa, chiunque, anche l’ultimo nella graduatoria della mia stima, ha avuto gioco facile negli attacchi. Tutti ormai possono attaccarmi, con ragione, lasciandomi in silenzio. E se reagisco verbalmente, tenendo testa a motivazioni evidentemente stringenti, è solo per la mia abilità sofistica… Ma quanto durerà, prima della resa incondizionata?
Questa mattina.
Un giovane sul tram. Mi accorgo di lui solo quando prende il telefono per fare una telefonata. Allora il suo volto attira la mia attenzione. La sua espressione tradisce ansia e paura. Quando lei, all’altro capo, risponde, il suo volto s’illumina. Un sorriso ebete e innaturale gli si stampa in faccia. Lei lo liquida in pochi secondi, mentre lui si profonde in numerosi “non ti preoccupare”. Riattacca. Il sorriso sparisce. Agita le mani, chiude gli occhi e solleva la testa. Fa un profondo respiro. Quella telefonata deve averlo messo a dura prova. La folla dei suoi pensieri si dipinge sulle espressioni del volto. Un po’ sorride, scuote la testa in segno di disappunto, è visibilmente deluso.
Provo tanta tenerezza e positiva compassione.
Fabio Volo alla radio recita una poesia d’amore. È intenso. Il ragazzo riceve un messaggio. Una nuova luce ridisegna il suo volto, ed io ho una dimostrazione pratica, fisica del verbo “gongolare”.
Passione. Mi son sentito superiore… Ma a me è rimasta solo la parte peggiore: la follia, la paranoia, il sospetto.
Onde… da un momento all’altro. O forse mai.
Note stonate
20 settembre 2010
Sono dovunque. Fastidiosa colonna sonora della mia vita.
Credo sia questo a suonare un peso sul cuore questa mattina.
Ieri, un incontro. Dolcezza, benessere, agio. Il cuore intona una musica… mentre suona dolcemente, arriva quella nota. E l’intera melodia perde di significato. La mia vita è costellata di queste note. Un momento di dolcezza, un attimo di allegria, una situazione di piacere… E il mio volto cambia espressione. Perdo il sorriso, gli occhi si spengono.
“E tu cosa cerchi, Ale?”
Prendo tempo… “Qualcuno con cui essere finalmente, veramente me stesso. Qualcuno con cui stare veramente bene, senza se e senza ma”.
Mi chiedo se sia mai possibile, o se sia una semplice utopia, se le persone che dicono di aver provato questa condizione non si siano invece solo convinte che fosse così… facendo tacere le note stonate che il loro cuore continua a suonare.
Io le sento, e ho deciso di non ignorarle più.
Sì, credo proprio che sia il loro eco, questa mattina, a vibrare, oscurando il cuore.
“Dietro l’incanto”, c’è un mondo di cartacce e muri imbrattati, pelle sporca e ombre, foglie secche e tristezze silenziose che si dipingono sui volti, in questo lunedì mattina del 20 settembre 2010.
Cerco di ricordare una melodia perfetta nel mio passato…
Forse, “My Immortal”, quella notte, in un vicoletto, in macchina… Tu penserai a due ballerini, un passo a due. Io descrivevo un tuffo al cuore, un brivido… materia per la mia prima, unica poesia dedicata a te, a noi, a me.
Alzo lo sguardo, osservo il mondo, e la nota stonata punge subito il cuore. Fa male, come un difetto cardiaco.
E mi chiedo se i ricordi non siano davvero come i sogni, deformati dalla nostra mente, dai desideri, dalle convinzioni costruite a tavolino, nel tempo. E, forse, anche quella notte “My immortal” aveva qualche nota stonata nel mio cuore… Ma ora non riesco a ricordarlo. E la verità potrebbe essere che certe canzoni vanno riascoltate solo registrate, perché live non si riesce a coglierne la perfezione stilistica. Come a dire: tutto è più bello, quando lo ricordiamo.
E se invece dovessi attendere quella realtà capace di vincere in perfezione il ricordo?
Utopie di un lunedì mattina, di fine settembre…
Cercando la Persona (Maschera) perfetta
27 settembre 2010
“Forgive me”
Il mondo questa mattina si è dimenticato di me.
“Difendi la tua rabbia”
Oggi è necessario leggere i segnali del mondo.
Ho bisogno di credere che non sia tutto privo di senso e ordine come adesso appare ai miei occhi.
Ho recitato bene la mia parte. Non più amore. Serenità nella solitudine, e il cuore è immobile, silenzioso, senza vita.
Una nuova fase si sta aprendo, come sempre mi accade alle porte dell’autunno, scandita da ritmi e scadenze annuali precise. Nuovi impegni, propositi, e… Attese.
Non ho più bisogno d’amore. Non di quell’amore. Non c’è più ricerca, piuttosto fuga. Ancora desiderio, forte ma confuso, non più limpido e convinto come un tempo.
Immagini poco nitide, come in un sogno… Uno, più volti ad interpretare il protagonista del mio cuore… Ma faccio fatica a scrivere per lui la parte da recitare. Sarebbe bello se si desse all’improvvisazione, ma non accadrà… Se almeno sapessi io cosa deve dire e fare…
Grigio e blu il mio cielo.
Un piccolo, quasi inaspettato lampo di entusiasmo per la settimana di impegni che mi si presenta.
Mi chiedo spesso come appaia il mio volto agli occhi degli altri, specie di mattina, come adesso, quando i pensieri si addensano. Buio, corruciato, triste, assorto… Brutto.
Uno, cento, mille volti ed espressioni. Pensierose, distratte, tristi, quasi mai allegre e disponibili verso il mondo e il prossimo.
Che volto hai? Da quando il protagonista del mio cuore mi ha lasciato, per recitare in un’altra storia… Tanti provini, ma nessun grande attore, o semplicemente persone adatte a questo ruolo. E tento di dargli un volto, magari disegnandolo su quelli che incrocio. Ma la porta si chiude prima ancora che io riesca ad immaginare una scena, forse anche perché il ricordo dell’attore che lo ha preceduto è ancora troppo vivo, troppo popolare… E la scena del risveglio era troppo perfetta perché qualcuno riesca facilmente a ripeterla.
“Salvation”
Una strada senza uscita, questa mia anima scrivente. Volti. Così tanti attori e nessun protagonista.
Uno scorcio di cielo in tanto ferro, lamiere e cemento. È romantico e poetico, quello che gli inglesi definiscono “dramatic”.
Questa canzone si chiama “Exodus”.
Mi avvicino al Verano. E mi accorgo che oggi nessuna delle mie preghiere corrisponde davvero a ciò che vorrei. Il suo “vero” ritorno non mi donerebbe alcuna felicità, forse perché con poche, ben dirette, inconsapevoli (come sempre) parole ha distrutto la mia piccola magione d’illusioni. Cambia lo scenario, ma il tessuto narrativo non cambia, e il finale è sempre lo stesso. Per ricordarmi ogni volta la vera ragione per la quale tu non reciti più la parte del protagonista in questa storia.
Campione mondiale di disillusione, come io lo sono delle illusioni, anche se fingo cinicamente il contrario.
Continuo il gioco delle maschere.
Buongiorno maurice.
Ho confuso un ricordo con un sogno
28 settembre 2010
Ultimo atto di una tragedia che non vuole finire.
Mi hai rubato anche il ricordo.
Ascolto questa canzone e non posso più ricostruire il mio sogno. Non mi hai lasciato più nulla… Un’emozione, un ricordo, un sogno.
Ora so tutta, proprio tutta la verità. Nulla di ciò che mi ha dato vita per tanto tempo esisteva davvero. Un bellissimo sogno, costruito a tavolino dalla mia feroce fantasia, come i volti che costruiscono storie mai vissute.
Solo io ero lì, in quella stradina, a tremare per questa musica e per le tue labbra. Baciavo te, che non esisti. Amavo te che non eri con me, in quel momento. Mai.
Non ho più ricordi. Uomo senza storia, né passato. Anima dispersa nel vuoto dell’oblio.
Ogni volto, ora, mi sembra dettare crudeli disillusioni. Sono il volto dell’indifferenza e della diffidenza, il volto del prossimo mio che non conoscerà la mia vita e la mia morte. Come te, fantasma indifferente di un sogno che non c’è più.
E lo chiamerei regalo…
9 ottobre 2010
Devo ragionare molto bene su ciò che, eventualmente vorrei scrivere. Ma, soprattutto, dovrei essere assolutamente sicuro di avere davvero qualcosa da dire… Ho resistito un anno e mezzo, rimanendo in silenzio, a volte ostinato, incomprensibile anche ai miei occhi. Ora penso di rompere quel silenzio che mi ha tenuto imprigionato per tanto tempo nel limbo dei sentimenti. Lo scopo quindi dovrà essere più che valido, esprimere una necessità e un desiderio reali, tentare una risoluzione concreta della situazione. Ergo, c’è qualcosa in quello che pensi di scrivere in grado di soddisfare questi requisiti?
Non sarà il semplice, solito prodotto di una frustrazione, la frustrazione di non essere compreso e apprezzato come vorresti? E pino incalza: “tu cosa vuoi veramente?” Ti rendi veramente conto di non avere ancora una risposta per questa domanda?
Volti e voci. Ciò che non posso avere si fa subito irraggiungibile mito; ciò che ottengo si rivela troppo presto fragile chimera, non più necessaria.
E interrogare il mio corpo per conoscere ciò di cui ho davvero bisogno si sta rivelando un’arma crudele di distruzione delle illusioni, una feroce alleata di solitudine e onanismo. Scavo ogni giorno un solco sempre più profondo tra leopardiane fantasticherie ed emozioni reali. Una personalissima mitologia di personaggi in grado di operare straordinarie imprese per liberarmi dal mostro dell’insoddisfazione. E un dio distante e silenzioso, sul quale fioriscono centinaia di racconti ma di cui nessuno può dimostrare con certezza l’esistenza…
Felice con il cuore che tace
15 ottobre 2010
Un limbo di sogni, ricordi ed emozioni.
Un mondo generato completamente dalla mia fantasia, dove mi rinchiudo per tentare di rivivere, anche se in maniera opaca e distorta, le emozioni che in passato mi hanno reso felice, e per riabbracciare le persone che nella mia vita non ci sono più.
È tornata l’ansia del risveglio e non riesco proprio a capire perché. Consueta operazione riassuntiva di tutti i problemi che ho, alla ricerca di quello che mi priva di serenità. Nessun vero responsabile.
Nuovo giorno, nuovo venerdì. Non sento niente. Nessun dolore… Nessun dolore. Porto sul viso il peso del mio vuoto. Ma non c’è tristezza.
La profezia di pino si è avverata: “rimpiangerai i giorni in cui hai sofferto, quando verrai da me chiedendomi perché non provi più emozioni”.
Un nascondiglio profondo e buio, in cui la comunicazione non è più reale, e il contatto con il mondo è solo apparente. Continuo a potenziare il mio mondo nascosto, ed ogni giorno, sempre di più, lascio fuori tutti gli altri. Non è più solitudine, ma autosufficiente isolamento. Basto a me stesso. Di più. Avverto fastidio per eventuali intrusioni esterne, se non filtrate dalle barriere tecnologiche di cui mi sono dotato. Metafora della mia definitiva chiusura al mondo esterno.
Uno schermo è tutto ciò che rimane del mio contatto con il mondo. Sembra la sceneggiatura di un film di fantascienza… o il profilo di un serial killer. I segnali che questo sarebbe stato (e sarà) il punto di arrivo del mio percorso spirituale e mentale, c’erano tutti nel mio passato, nella mia adolescenza, anche se i “mondi” costruiti erano diversi. In tutti, la scrittura rivestiva un ruolo importante: totalizzante, determinante nell’adolescenza, fine ultimo – addirittura – dell’intera mia vita; sfogo estemporaneo nella maturità. Creativa e comunicativa nell’adolescenza; ermetica e onanistica nella maturità. Un processo che, forse, rappresenta più il percorso del mio inconscio, che quello della mia vita sociale.
Eppure, non sono triste, non sono preoccupato, non inquieto. Calma apparente, forse. Ed ogni test effettuato sul mio cuore dà sempre lo stesso esito: elettrocardiogramma piatto.
Ci sono millenarie saggezze che perseguono la liberazione totale dalle emozioni, come espressione più pura della felicità. Perché troppo spesso scambiamo la gioia (un’emozione) con la felicità (uno stato dell’anima che non necessariamente comporta emozioni).
Allora si può dire che io sia felice? Forse lo sarei, se la mancanza di emozioni non mi procurasse angoscia. E perché questo accada, devo superare lo scoglio culturale che mi suggerisce di considerarmi felice solo quando provo delle emozioni ritenute “positive”, come l’eccitazione e… l’amore.
Lo scoglio che oggi mi sussurra nostalgia per quel passato che non è mai esistito, non almeno nella forma e nei colori sgargianti con i quali lo ricordo.
Una parentesi, in una vita intera trascorsa da solo. Nessun patetico lamento. La solitudine non è necessariamente qualcosa di triste, espressione di fosche visioni del mondo. Solitudine può essere autonomia, forza, sicurezza.
Solitudine è Controllo…
Aspettando lo Scontro Finale
25 ottobre 2010
Debolezze.
Un altro errore. È difficile identificare da che parte sia… Forse sta solo nell’essere incapaci di mostrarsi per quello che si è. Non puoi biasimare il prossimo, quando si comporta di conseguenza, se ti ostini a fare e a dire ciò non vorresti realmente.
Vigilie di eventi. Ho poco più di una settimana per risvegliarmi. E la preghiera sarà esaudita nel modo più crudele, nel momento meno opportuno. Mi chiedo come facciano le persone a credere ancora nell’esistenza di un dio così perfido, che gioca con le sofferenze degli uomini, divertendosi a tormentarli e a pungolarne debolezze e paure, organizzando per essi meschini agguati del destino.
Altri crolli… sogni, illusioni, fantasticherie. E queste verità si sono imposte, senza che le volessi davvero conoscere.
Non c’è più tempo… Anni per dormire. Pochi giorni per tornare a vivere.
Il Verano si avvicina.
Luogo di preghiere. Non ho più voglia di pregare questo dio clown… che fa giochi di prestigio e scherzi.
Tutto è sogno e illusione.
23.10.2010 – 18.32
Oggi so che l’atteso risveglio non avverrà in una settimana…
Il cuore è sospeso tra ciò che è stato, ciò che sarebbe dovuto essere, e ciò che non sarà mai…
Rieducazione ai sentimenti. Forse tutto questo mi servirà davvero. Ma la disperazione (intesa come mancanza di speranza) trascina con sé ogni istante della mia vita.
Nulla. Nulla. Nulla. Sarà così anche domenica? Non so se sperarlo o temerlo. Ultima frontiera dell’atarassia… guardare negli occhi voldermort senza provare alcuna emozione. L’ultimo episodio di questa saga?
Nella vita, a differenza di un film, gli eventi non hanno mai una conclusione vera, ma un eterno divenire, fatto di fine e ritorno, decisioni e ripensamenti. La fine, prima o poi, arriva. Ma non è un punto nella frase, bensì tre punti sospensivi, che si sciolgono nel tempo. Come quando penso a D. e mi accorgo che nulla di ciò che lo riguarda ha più alcuna importanza per me, e quasi sorrido al pensiero di quanto abbia sofferto per lui. Deduzioni postume che, anche qui, non hanno conosciuto un punto.
Sarà così anche stavolta. E un giorno mi sveglierò, dopo tanto tempo, con la consapevolezza già emotivamente acquisita che è tutto finito, da tempo…
L’Ultima emozione del cuore
25 ottobre 2010
Il tram procede lento stamattina, o tale sembra a me.
Piove, ma non fa freddo. Automobili e gambe. Il mondo si muove, si sposta. Il giorno restituisce vita alla calma apparente della notte. C’è poca luce. Fari e lampioni a sfiorare oggetti e persone.
Io lo so che c’è. Non è razionale… la ragione dice che si tratta solo di una mia costruzione mentale… Ma questa è l’ultima emozione che il mio cuore riesce a provare. Tanto forte che stringe al petto, morde e mi vien voglia di piangere.
So che c’è… l’Ultima speranza. Che non sia solo questo, che non sia l’unico binario da percorrere. Che il mio cuore non sia davvero solo, e questa voce arrivi davvero. Lo leggerò in quegli occhi, tra poco.
Non sono pronto. Non sono mai pronto. E il mondo è sempre meno colorato di come lo immagino.
Non si può vivere senza speranza, amore mio. E oggi anche la pioggia darebbe gioia.
Piove. Il cielo sfoga la sua rabbia e la Natura si ribella all’uomo.
Violentalo. Uccidi tuo figlio… E poi, torna a far pace con lui, come quando nasce una nuova vita.
Mi fermo.
La rosa bianca. L’università. Il cane nella fontana. L’attesa e il pianto. È l’epilogo dell’Odissea… lo ricordi? E non posso fare a meno di chiedermi cosa sia davvero cambiato da allora.
Oggi, come allora, so che c’è… E son passati tanti anni. Tanti, forse, ancora dovranno passarne, prima che chi doveva capire capisca, prima che io abbia il coraggio necessario per cambiare binario, prima che la vita e la sorte mi spingano a farlo…
E sto bene nella Selva Oscura
26 ottobre 2010
Sempre più in fondo. Con la luce blu di uno schermo. Un volto che non conosco, un luogo di cui non so nulla e, a mala pena, percepisco i contorni.
E non ho paura, non c’è nemmeno disagio, né ansia. Eccitazione e stordimento dei sensi. Vorrei dire di dolore e vuoto, sporco e colpa… Ma non posso, non è così.
Sono io, forse più autentico e intimo, più vero dell’amore falso, dei sorrisi su richiesta, delle carezze attese, delle poesie di rappresentanza. Sono io, al buio anonimo, unico pensiero: ciò che voglio e mi dà piacere, omaggio ai sensi e solletico per la fantasia. È il corpo a dirmi che è così, a spazzare via l’illusione di volere amore.
Istinto. Buio e anonimato. Fantasia libera da ogni sovrastruttura imposta da culture e super-Io.
Ho cominciato a scrivere, pensando di raccontare un dolore, e l’anima mi ha suggerito la verità: nessun dolore. Uno specchio… E ci sono io, nudo, con gli occhi chiusi, in un mondo anonimo in cui sono me stesso, davvero…
Epilogo
2 novembre 2010
Buongiorno mondo, buongiorno maurice.
Ho come la sensazione che non sia accaduto nulla, che non sia cambiato nulla. Il romanzo come la vita. Grande attesa e poi… il mito si rivela normalità, un volto e un sorriso non più così familiare, un’emozione che vive di attesa e muore di sostanza visiva.
Si è materializzato tra la folla… Il suo volto è scavato, un sorriso stampato ma non felice. Non sei felice ifrid… Un bacio e un accenno di carezza, proprio sotto gli occhi del tuo presente… E questa volta il fantasma del passato che ritorna ero proprio io.
“Don’t touch” l’amore, ifrid… Ora che voldemort è stato sconfitto, questo cuore e il suo romanzo sono tornati nel bosco oscuro da cui provenivano. Un po’ di luce e ribalta, per simulare serenità e bellezza, pregevole interpretazione, come sempre.
Oggi, il ricordo racconta tutt’altro.
Vorrei chiederti… “A che pensi?” sussurrato come un intercalare, per vincere paure e dubbi.
Ingannevoli emozioni del mattino, ispiratrici di parole infinitamente più grandi della realtà. La ragione imporrà il silenzio su ogni cosa… Ma io ora sento il cuore nel petto… e sugli occhi, che pesa.
Dio ha esaudito la preghiera, è un dato di fatto. Casuale, da me non voluto… tra la folla… Il mondo si era dato appuntamento lì, in quel momento. Ed io e te vicini, anni che ci separavano, la folla e lo sguardo del presente su di te, forse anche su di me, curioso e spaventato (forse).
Cosa ci sarà dopo? Mi verrebbe da dire… la vita, la solita vita e i suoi pensieri. Non sento davvero che qualcosa sia cambiato. I volti del mondo sono ancora senza una risposta. Uno strano silenzio… assorto e composto, in questo giorno dedicato a chi non c’è più. Silenzio, mentre la mia musica suona e le mie parole scorrono, anch’esse silenziose, come ruscello senza ciottoli.
Non è cambiato nulla.
Dì qualcosa, dì qualcosa, ti prego…
Non voglio ricominciare a combattere con il tuo fantasma.
Cronaca di un mondo in disfacimento
5 novembre 2010
Non c’è più tempo, non è più tempo… Se fuoco doveva essere, si sarebbe già acceso. Tre giorni sono tanti, sono troppi, per una fiamma spenta da un anno e mezzo.
Tu non sai essere spettatore, maurice.
So già come andrà a finire, o come continuerà… semplicemente.
Silenzio. Per paura, orgoglio, confusione.
Il mondo è troppo pieno di parole mai pronunciate, di emozioni strozzate in gola.
Non sai essere spettatore, maurice. Ho mandato un segnale, per cominciare ad “esplorare”, anche se non sono sicuro di volerlo veramente. Ma bisogna pur essere artefici del proprio destino, specie quando il proposito di far decidere al caso (destino) naufraga miseramente…
La tua presenza nel cuore pesa ancora, e fa male. È l’unica cosa che riesce ancora a far male…
“Amore dato, amore preso, amore mai reso. Amore grande come il tempo che non si è arreso…”
“Sono un grande falso mentre fingo l’allegria. Sei un gran diffidente mentre fingi simpatia…” Lunedì 1 novembre 2010. Ore 4 del mattino circa. Via di Portonaccio, entrata del Qube…
Ore 14.30
Di nuovo… acqua, tanta acqua per spegnere il fuoco delle illusioni. Un luogo comune linguistico la chiamerebbe una “doccia fredda”. Hai anche riciclato una canzone dedicata a me… ma questo è nel tuo stile.
“Come un terremoto in un deserto che… che crolla tutto ed io son morto, e nessuno se n’è accorto…”
Fino ad oggi mi sono stupidamente chiesto se tu avessi di nuovo usato la parola amore…
Dalla mia vita manca… da più di due anni. La tua… data pochi giorni fa.
Scava maurice, scava nel dolore…
Stavo ragionando sulla possibilità di concludere la parabola evolutiva di questo blog. E forse la conclusione migliore sarebbe proprio dare attuazione reale a quell’addio pronunciato come incipit di questa lungo romanzo del cuore.
Tu sei il mio grande amore, ma io non il tuo. L’ultima beffa del caso/destino.
E quella domanda ha una risposta chiara, che io ancora mi rifiuto di ascoltare.
No, maurice, non c’è nulla! Il suo cuore non ascolta la voce del tuo. Il tuo ricordo, sebbene urli nel silenzio, non arriva così lontano. Lontanissimo… lo hai letto. Non c’è nulla. Sei solo, con il tuo ricordo, il tuo cuore immobile per chiunque altro, i tuoi sogni e le tue illusioni, follemente ancora vive.
Non esistono fiamme eterne. Uccidi voldermort.
La storia vera
9 novembre 2010
Ho conosciuto ifrid il 7 ottobre del 2006. Abbiamo fatto sesso prima ancora di presentarci. Ma dopo, abbiamo chiacchierato per molto tempo, come mai, prima di allora, mi era successo in certi posti.
Quando sono andato via, mandargli un messaggio per cristallizzare la conoscenza mi è sembrato naturale. Ma il secondo incontro è stato casuale, il sabato successivo, dopo tre giorni dal suo 24esimo compleanno. Fu allora, mi raccontò poi, che capì che valeva la pena conoscermi meglio.
Cominciò una breve, intensissima favola… i pochi mesi durante i quali il suo innamoramento per me era manifesto, dichiarato e dimostrato, profuso a piene mani. Io crollai, e per me fu vero amore.
Ma l’illusione durò il tempo di un sogno… La distanza acuì un distacco ogni giorno più evidente, fatto di silenzi, indifferenza, incomprensione. Poche boccate di ossigeno: un “ti amo” venduto a peso d’oro, un sorriso, un’ora di vero amore a letto, mi bastarono per resistere due anni e mezzo.
Poi, arrivò la mia casa, il nostro spazio, la mia indipendenza. La promessa, pensavo, di un salto di qualità, in una storia uguale a se stessa per troppi giorni, troppe ore. Invece, fu la fine. un rituale mortale di abitudini quotidiane, concentrate in poche ore del fine settimana. Il resto… Solo dieci minuti di vuote telefonate giornaliere. Il mio cuore, il mio entusiasmo, si spensero a poco a poco, ogni giorno moriva una parte di me e del mio amore. Gli ultimi mesi, Ponte Milvio, il lucchetto, il ciondolo disegnato da me, la torta a forma di cuore… non erano che un pallido ricordo di quella che fu una grande passione. Rimasero i silenzi, le lacrime sparse da solo, le liti – sempre – al telefono, e qualche raro momento di intima serenità… Come quando apriva gli occhi, la domenica pomeriggio, nel mio letto, mi sorrideva, mentre io gli accarezzavo la fronte, sussurrando “buongiorno amore”. E per godere di quel suo risveglio, ho sopportato quasi un anno di solitudine.
L’ultimo “ti amo”. 31 ottobre del 2008. Non me lo disse a voce. Me lo scrisse via sms, aggiungendo “sono ubriaco”, mentre era a ballare, io fuori a lavorare… la notte di Halloween in discoteca. Ripeté quel “ti amo” anche in un messaggio audio registrato nello stesso momento, ma sempre lontano da me.
L’ultimo San Valentino. Qualche giorno prima, mio strenuo tentativo, anche se poco convinto, di dare una parvenza di stabilità ad una relazione immobile, avevo accennato alla possibilità di scambiarci una fedina. Proposta indecente, bocciata con derisione.
Cercai un regalo per lui, come per fargli dispetto. La sera del 14 febbraio, andai a prenderlo in un luogo di battuage (romantico), dove spesso i suoi amici lo lasciavano, prima di andare a ballare. Faceva molto freddo. Gli proposi un brindisi nel luogo dove ci eravamo innamorati: l’Isola Tiberina. Assurdo. Fa freddo. Il parrucchiere è stanco. Andiamo a casa. Facciamo il brindisi seduti sul mio letto (dove siamo ogni sabato sera mandato in terra, da un anno ormai…). Il suo regalo è il prodotto di una mia protesta. Giorni prima mi aveva proposto dei soldi per contribuire a comprarmi la macchinetta fotografica che volevo da tempo. Gli feci notare che ha senso scambiarsi regali a San Valentino solo se rappresentano l’amore, e i soldi non lo rappresentavano di certo. Così lo “pregai” di pensare a qualcosa che fosse il simbolo dell’amore che provava per me.
Sul mio letto, mi consegnò il suo regalo. Un calendario con due nostre foto. Eravamo insieme ma… per un fotomontaggio. Due nostre foto separati, montate insieme (come se non avessimo avuto foto in cui eravamo realmente insieme). Ma erano, a suo parere, le foto in cui stavamo meglio. Il simbolo del suo amore per me… un fotomontaggio. Il suo biglietto era molto bello, ma dal sapore agrodolce: “Mi auguro che i tuoi sogni si avverino tutti perché, da quando ti conosco, i miei si sono avverati”. Ma anche io avrei voluto che i miei sogni fosse lui a realizzarli…
Il mio regalo fu interpretato come una “vendetta”. Un anello da pollice. Quando lo vide, esclamò: “Alla fine hai vinto tu…”.
Il mio biglietto recitava: “Il mio regalo più grande… Sei tu”.
Quell’anello non è riuscito più a toglierlo. Un callo da “phonista” l’ha bloccato sul dito, anche quando sarebbe stato necessario sfilarlo…
L’ultimo giorno insieme. Il 12 aprile 2009, pomeriggio di Pasqua, sale a Roma per passare la pasquetta a casa mia. La prospettiva è quella di restare a casa, guardare l’ennesimo film, fare l’amore, mangiare e… dormire, tutto come sempre.
Mi ha portato un uovo di cioccolato. Giorni prima, avevo detto ad una cena che il cioccolato bianco era il mio preferito. L’avevo ripetuto insistentemente, volevo che lo sentisse (sebbene l’avessi detto molte volte, nel corso della nostra conoscenza). Il suo uovo fu… un Kinder, di quelli con il cioccolato al latte.
Facemmo l’amore. Una delle più belle che ricordi… forse perché l’ultima.
Il pomeriggio del 13, lo obbligai ad uscire. In macchina, cominciai a parlargli, ripetendogli il mio malessere, già conclamato da diverse settimane, oggetto di discussioni telefoniche alle quali lui sapeva rispondere solo “sei tu che devi decidere, se non stai più bene…”. Provò ad evitare discussioni. “Non mi va di parlarne ora” tagliò corto. Io lo freddai “Però va a me!”. Silenzio.
Lo portai al Giardino degli Aranci, sull’Aventino, il luogo più romantico di Roma, dove gli innamorati sono soliti parlare di matrimonio…
Con calma, lucidità e la morte nel cuore, gli palesai ogni mio disagio… Lui rimase in silenzio tutto il tempo. Io piangevo, lui… spesso canticchiava. Nervosismo, incapacità di esprimere emozioni, chissà, non l’avrei mai saputo… Girammo con la macchina, tra le strade di Roma, per ore.
Seppe dirmi che aveva fame, e lo portai a mangiare. Alle 21.30, seppe dirmi che voleva andar via perché il giorno dopo aveva cose da fare con la madre, e lo portai alla stazione. Sapeva, sapevamo che sarebbe stata l’ultima volta, ma volle andar via. Lo feci salire sul treno. Prima che le porte si chiudessero, mi disse, ridendo: “posso chiamarti almeno per chiederti aiuto per il computer?”. Io piangevo a dirotto. Le porte si chiusero, mentre lo guardavo. Lui distolse lo sguardo, forse per non emozionarsi. Non l’ho più rivisto.
L’ultima emozione del cuore. Ogni giorno, per mesi, ho ricordato un episodio. Piccolo in sé, ma che per me ha sempre rappresentato il momento più alto del mio amore per lui, quando ho davvero capito di amarlo. Un episodio a cui dedicai anche una poesia, la poesia in cui gli comunicavo il mio amore… quella che finì stampata nel CD realizzato per lui, in occasione del primo San Valentino festeggiato insieme, a Ponte Milvio, quando chiudemmo il lucchetto e gettammo nel Tevere la chiave…
Eravamo in macchina, in un vicoletto nei pressi di Via Malatesta, dopo cena. Ci baciavamo… Il cuore mi batteva forte e la testa quasi mi girava. Non avevo mai provato un’emozione così forte. In quel momento, ero convinto che anche lui provasse le stesse sensazioni… Feci partire “My Immortal” di Evanescence dal cellulare. Ero fatto così… dovevo costruire la favola. Il mio peccato originale.
Da allora, quella canzone ha rappresentato per me il simbolo della nostra storia, con la sua melodia struggente e romantica… Mi sono sempre rifiutato di conoscere il significato del testo, sebbene qualcuno mi avesse detto che, in realtà, si trattava di una canzone triste, che parlava di un amore finito.
Oggi, per la prima volta, l’ho tradotta. Ed è come se mi fosse arrivato un messaggio postumo che, da solo, dà un senso a tutto quello che è accaduto, quello che ho vissuto, dell’illusione inseguita per 4 anni. Un presagio, come se 3 anni fa qualcuno mi avesse predetto ciò che avrei vissuto dopo quel bacio, fino ad oggi…
Il mio cuore si congeda con le parole di questa canzone…
My Immortal – Evanescence (Tradotto)
Sono così stanco di stare qui
Oppresso da tutte le mie paure infantili
E se devi andartene
Vorrei che tu te ne andassi, e basta
Perchè la tua presenza indugia qui
E non mi lascerà mai in pace
Queste ferite sembrano non guarire mai
Questo dolore è troppo reale
Ci sono troppe cose che il tempo non può cancellare
Quando hai pianto ho asciugato tutte le tue lacrime
Quando hai urlato ho combattutto tutte le tue paure
Ho tenuto la tua mano durante tutti questi anni
Tu hai ancora tutto di me
Mi catturavi con la tua luce abbagliante
Adesso sono prigioniero della vita che hai lasciato indietro
Il tuo volto invade
I miei sogni, una volta piacevoli
E la tua voce ha cacciato via
Tutto il mio equilibrio
Ho provato continuamente a ripetermi che non ci sei più
ma anche se tu sei ancora qui
io sono sempre stato solo…
