Esercizi di Prosa Lirica

Il mondo e il mediocre

L’egoismo dell’uomo
trova il male nel mondo
per giustificare la propria sete di vendetta…

Anonimo

Ero un uomo normale prima che accadesse l’evento più grande della storia umana. Ero un uomo di mezza età, con un lavoro non particolarmente remunerativo, una vita sentimentale confusa e piuttosto povera, una vita sociale quasi inesistente. Ero abbastanza depresso: per questo mai molto gioviale, ma non tanto disperato da non saper godere di qualche momento felice con uno dei miei pochi amici o anche da solo.

Un giorno, non particolarmente straordinario mi recavo in ufficio. Era una bella giornata e decisi che avrei attraversato i trecento metri che dividevano il mio appartamento dal palazzo della Mirage (l’agenzia turistica in cui lavoravo) a piedi. Certo, quel tratto di strada non era molto piacevole da percorrere: ci trovavamo vicino alla stazione, s’incontravano tutti i tipi di persone; molti stranieri, mendicanti, zingari, gente di ogni specie insomma. Ad un certo punto mi accorsi che in lontananza della gente si era accalcata; si avvertivano delle voci alterate: stava succedendo qualcosa. Mi avvicinai curioso, cercai di farmi spazio tra la folla, poi riuscii a vedere abbastanza distintamente la scena che aveva provocato tanto clamore. Un uomo aveva afferrato una bambina coperta di stracci e la stava quasi spogliando per trovarle addosso il portafogli di cui credeva di essere stato derubato. Metteva le sue mani grosse e violente dappertutto: nella larga gonna, sul petto della ragazzina, nei calzettoni che aveva ai piedi. Quando trovò quello che cercava ben nascosto nella biancheria intima, diede uno spintone alla zingarella dicendole ad alta voce:

- Vattene! non ti far più vedere. E ringrazia il cielo che non chiamo i carabinieri!

La folla cominciò a diradarsi, mentre si sentiva ancora l’eco dei commenti del derubato rimbalzare a tratti fra le mura dei palazzi, e il mormorio della gente rispondere con frasi di approvazione o battute di spirito. Che gente! – pensai – che mondo! E raggiunsi soprappensiero il portone del palazzo. Tirai le chiavi dalla tasca, dopo uno sbadiglio e un sorriso di saluto al garzone del bar. Infilai la chiave nella toppa e… un boato raccapricciante tuonò alle mie spalle. Mi voltai stordito e spaventato e vidi qualcosa che stravolse i miei sensi: il cielo… il cielo non esisteva più, un manto di mille colori mai visti che si mescolavano tra loro copriva l’azzurro, il sole, le nuvole. La cosa più assurda era che nessuno sembrava accorgersi di quello straordinario fenomeno, e in effetti tutto intorno sembrava non subire gli effetti di quello stravolgimento: i palazzi, le macchine, le persone erano normalmente illuminate, semplicemente il cielo era impazzito! Rimasi a fissare quello spettacolo terrificante, mentre i passanti si voltavano a guardarmi come se solo nel mio volto potessero vedere quello che io invece vedevo con i miei occhi. Dovevo proprio apparire sconvolto! Ero sicuramente impallidito: tremavo tutto e quasi piangevo per la paura. Giunsi le mani e cominciai a pregare, mi pentii in un istante di tutte le cattiverie che avevo fatto, delle meschinità pensate, delle bestemmie, di tutto. D’un tratto i molteplici colori del cielo cominciarono a convergere in un centro come se fossero inghiottiti in un vortice; e proprio da quel vortice sembrava provenire una voce. Dapprima non si distingueva bene quel rumore, non poteva davvero definirsi; poi la voce si fece chiara, e divenne profonda e intensa, da far venire la pelle d’oca. Cominciò a dire:

- Giovanni, Io sono qui per te. Eccomi manifesto ai tuoi occhi. Ora tu solo, eletto fra gli uomini, puoi vedere il tuo Dio.

La strada si era fatta deserta. Io, senza curarmi degli eventuali passanti, m’inginocchiai e poggiai la fronte a terra.

- Alzati! – mi ordinò la voce – guarda ciò che ti è manifesto. Ho qualcosa d’importante da dirti. Io ho deciso di mettere in mano ad un uomo solo il destino dell’umanità. Sei pronto per farlo?

Io rimasi in ginocchio. Senza sapere neanche cosa avrei dovuto veramente fare, pregai la voce di Dio di scegliere qualcun altro: io non avevo abbastanza forza, non ero un santo, non amavo il mio prossimo come me stesso, non andavo la domenica in chiesa: io ero cattivo! Sì, cominciai ad elencare tutte le mie malefatte, tutte le volte che avevo pensato e fatto del male. Senza alcuna vergogna, confessai davanti a Dio le cose più squallide e meschine.

Dio era rimasto in silenzio, ascoltando la mia poco onorevole confessione. Alla fine, quando tacqui poiché avevo detto veramente tutto, mi chiese:

- Tu hai fatto del male al tuo prossimo, e il tuo prossimo ha fatto del male a te. Ogni uomo pensa, vuole e fa il male del proprio prossimo solo per proteggere se stesso, per questo io voglio distruggerlo. Ma desisterò dal farlo, se solo tu me lo chiederai.

- Io… io? come posso io decidere se far finire il mondo? – risposi balbettante – no, non voglio, non vorrei. Ci sono tanti bambini appena nati, tante famiglie felici e… e la natura è così bella, e l’uomo ha fatto tante opere d’arte bellissime. Se il mondo fosse distrutto, tutto questo sparirebbe. No, non voglio. – E terminai la mia apologia del mondo, meravigliandomi io stesso della mia eloquenza.

- Allora il mondo è salvo, perché tu lo vuoi. – Disse lapidaria la voce – Ma da oggi in poi ogni giorno io ti chiederò se vuoi porre fine all’umanità; attenderò dunque che tu decida di distruggerla.

Il vortice si dileguò. I colori si dissolsero. L’azzurro tornò a colorare il cielo. E ricomparve il sole. La gente prese a ripopolare la strada, e tutto tornò alla normalità. Io mi alzai, rimisi in ordine il mio vestito ed entrai nel palazzo. Neanche per un attimo pensai che quello fosse stato un sogno: era vero, tutto vero, ed io avevo improvvisamente l’occhio di Dio sulla testa e il destino dell’umanità in mano.

Entrai in ufficio, osservando con attenzione tutti quelli che mi stavano intorno. Non mi ero mai curato di saluti, sguardi, frasi a me indirizzate, ma in quel momento, sapevo che ogni loro gesto poteva assumere un valore per tutta l’umanità. Sudavo come se fosse piena estate, e avevo sul volto un sorriso di nervosismo e astio verso tutti, anche Sabrina a cui non piacevo per la mia faccia “da latticino”, per le mie mani sudate, per la borsa di pelle marrone che portavo da anni! Le sorrisi con rabbia, e lei si accorse di questo…

- Che hai da ridere stamattina Gigio? Ti sei guardato allo specchio? – e rise da sola come una cretina. Eppure era così bella, con i suoi occhi allungati, le sue gambe perennemente abbronzate: certe donne non dovrebbero lavorare in un ufficio con degli uomini!

Mi sedetti alla mia scrivania e osservai per la prima volta con attenzione la cartolina che Michele aveva portato dalla Polinesia: mare cristallino, spiagge con la sabbia che sembra farina: uno di quei paradisi naturali per cui avevo risposto no a Dio.

Mi alzai di scatto dalla sedia e corsi dal capo.

- Mi sento male, ho un malditesta insopportabile. Potrei prendermela di ferie questa giornata?

L’uomo alzò il suo sguardo schifato dai tasti del telefono, mi guardò con noia e fastidio, si asciugò il sudore sulle labbra e rispose:

- Si levi dai piedi Baretti, se voleva mettersi in malattia non doveva proprio venire. Vada via prima che cambi idea! – E tornò a giocare con il suo telefono. Beato lui! non sapeva che, se mi saltavano sù i nervi, potevo condannare a morte tutta la sua famiglia.

Corsi alla stazione, presi la metro e mi fermai al centro. Dove stavo correndo ancora non lo sapevo.

Cominciai a camminare lungo via del Corso, ancora confuso. Fissavo i passanti come un maniaco, e ricevevo da loro lo sguardo di risposta che meritano i maniaci. Due americani mi dissero qualcosa che non compresi, e si voltarono a fissarmi con un sorriso di scherno. Mi fermai all’improvviso di fronte ad una di quelle insegne gialle che indicano la strada per un monumento: Fontana di Trevi. Mi ci diressi senza troppo pensarci: dovevo vedere cosa avevo appena salvato, cosa avevo difeso con tanta leggerezza. Ero a Roma da tre anni e non avevo visto ancora niente dei suoi monumenti. Ci arrivai più per istinto che per reale aiuto di passanti ed indicazioni. Quel labirinto di vicoli però mi fece arrivare già maldisposto alla piazzetta-angolo che ospitava un monumento così grande. Fu la prima cosa che notai: un monumento enorme in una piazza così piccola. Una fontana che c’invidiano in tutto il mondo dovrebbe essere posta in una grande piazza, con piante, giardini tutti intorno. Invece no, un buco di piazza, dove non passano neppure le macchine!

Mi misi vicino ad un turista tedesco che faceva fotografie, attaccato al muro di fronte alla fontana. Tenni stretta la mia valigetta: troppi stranieri in giro! E guardai quella fontana. Al principio non ne capivo la forma, poi, con un pò di attenzione, cominciai a cogliere qualche figura. Mi piaceva l’acqua che scorreva, e il suo rumore misto alle voci della folla: scroscio dell’acqua e vocio della folla… scroscio, vocio, scroscio, vocio, scroscio, vocio… stavo impazzendo!

Corsi giù per le scale che portavano alla vasca sotto la fontana, e cominciai a toccare l’acqua, mentre una bambina con gli occhi a mandorla mi fissava sorridente. Sentii due turisti italiani dietro di me che organizzavano il viaggio di ritorno al loro paese: erano già di partenza da Roma.

Mi voltai verso di loro e domandai, come incuriosito:

- Avete già visitato tutta la città?

- Oh sì, stupenda Roma! Ci torneremo l’anno prossimo. Anche lei turista? – parlò la ragazza dal sorriso allegro ed estroverso.

- Sì, ma non so da dove cominciare. Sa, il classico Colosseo, San Pietro…

- Beh, sì! a Roma ci sono tantissime meraviglie. Ma se è qui, ha cominciato dal meglio!

- Questo è il meglio? – chiesi io, cercando di nascondere l’ironia della domanda.

- La fontana di Trevi è unica al mondo. Noi abbiamo visitato l’Oriente, gli Stati Uniti, l’Africa, ma opere di tale bellezza… beh, non ce ne sono! – rispose con calore la ragazza veneta. E poi si allontanò, dopo avermi dato un depliant con alcune foto di monumenti romani.

Mi volsi di nuovo alla fontana, ormai convinto che non avrei trovato di meglio al mondo, e fui sinceramente un pò deluso. Una piazzetta stretta, con un’enorme e rumorosa fontana bianca, dalle forme enigmatiche: bellezze umane! Sfogliai il depliant, gettando l’occhio sulla foto della cappella Sistina, della pietà di Michelangelo, e distratto m’incamminai verso via del Corso. Presi la metropolitana e, senza accorgemene, ero già a casa. Mi stesi sul letto con il malditesta che avevo usato come scusa per uscire dall’ufficio, e mi misi vicino il depliant e la cartolina della Polinesia che avevo rubato in ufficio.

Fui assalito da un profondo senso di noia e sconforto. Avevo sognato viaggi, gite turistiche per tutta la vita. Improvvisamente, mi sentii come in prigione: avevo a due passi da casa il meglio del mondo, e non me ne fregava nulla. Forse dovrei studiare per capire un’opera d’arte – mi dissi, cercando di salvare la fontana – ma se un’opera ha bisogno di studio per essere capita ed apprezzata, che capolavoro è? È bella, sì la fontana, ma non è qualcosa d’indispensabile, di fondamentale!

Rimasi con gli occhi chiusi, e cercai di pensare ad altro. Quasi mi ero dimenticato che le mie considerazioni sul mondo avevano molto più valore di quanto chiunque potesse soltanto immaginare. Dovevo fare un’analisi attenta invece, non campare in aria giudizi. Dio sarebbe tornato presto a chiedermi la sorte del mondo: dovevo prendere una decisione. Ero contrarissimo, appena qualche ora prima. Poteva una fontana farmi cambiare idea?

In fondo, è l’uomo che è imputato – pensai – si deve salvare o condannare l’uomo. Ma chi è quest’uomo? All’improvviso mi resi conto di quanto fosse stupida questa parola. Ai telegiornali, nei dibattiti televisivi si parla sempre di uomo, come se fosse una sola persona: vediamoli invece questi uomini! Sono io a dover decidere? Allora vediamo tutti quelli che conosco… il dottor Grandoni, il mio capo. Un essere disgustoso che ha avuto il coraggio di discutere sulla prima giornata di ferie che mi sono preso dopo mesi! Con il suo faccione sempre sudato, guarda Sabrina con gli occhi da maiale. Alle sei del pomeriggio, quando tutti cominciamo a lasciare l’ufficio, urla come un dannato: <<Minetti, Signorina Minetti: i suoi conti non vanno!>> Tutte le sere. E Sabrina corre, con la borsa e il cappotto già addosso, nel suo studio, e si chiude per una buona mezzora là dentro e… fanno quadrare tutti i conti!

Quei deficienti dei miei colleghi sghignazzano, e se ne vanno, ed io là aspetto finché non esce. Ma a Grandoni non manca la faccia tosta di urlare dallo studio chiuso: <<Vada, vada pure Baretti. L’accompagno io la signorina a casa…>> Come diavolo fa a sapere che io la sto aspettando? Devo per forza pensare che lei l’ha avvertito, e che quindi è d’accordo con lui…

In quel momento, steso lì sul mio letto, vidi Grandoni con le sue manone su Sabrina. I due che si dimenavano sulla scrivania, ed io che aspettavo ancora in ufficio. Un bacio affondato su di un seno, ed un altro <<Vada, vada>> al fesso fuori… sentii la voce di Dio improvvisamente! Saltai dal letto, con il dubbio di essermi sbagliato: questa volta sembrava un sussurro, non un squillo di tromba, un tuono, come prima.

E la voce sussurrava sopra il mio letto:

- Giovanni, vuoi che distrugga questo mondo malvagio?

Esitai, e non risposi. Un altro pensiero, un’altra immagine di quella giornata s’impadronirono della mia mente. Il mondo in generale doveva salvarsi, ma quello di cui avevo esperienza io…

- Vai alla finestra, Giovanni! – disse questa volta perentorio Dio.

Io balzai dal letto, mi recai alla finestra, e potei osservare giusto un attimo quello che tante mattine avevo visto.

In un istante la terra piombò in un inferno: un terremoto, un uragano, una pioggia violenta e devastante si abbatterono su cose e persone tutti insieme. La gente urlava dalla disperazione. Interi palazzi venivano inghiottiti dalla terra. Colonne di fuoco travolgevano tutti coloro che capitavano davanti ad esse. Un ragazzo rimasto incastrato col piede in un tombino fu travolto e passato da parte a parte da una pioggia di vetri delle finestre frantumate, proprio di fronte a me. Le urla si levavano da tutte le parti, nessuno aveva speranza di salvezza: l’acqua, il fuoco, l’aria e la terra sembravano mosse da una furia di distruzione. E scovavano coloro che si nascondevano, inseguivano chi fuggiva; l’acqua travolgeva le persone scampate al fuoco. I volti delle migliaia di cadaveri, che avevo visto dilaniati dalla furia, erano fermi nell’ultima espressione di dolore e di terrore.

Alla fine, il silenzio.

Ora non c’è più nulla e nessuno intorno a me. Solo un mondo bianco, fatto…di nulla.

A questo punto non so più cosa fare e dove andare. L’ho chiesto a Dio, ma lui mi guarda e non dice niente.

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