L’ Infinito o il Nulla
Sono stato privato in un istante di ciò che mi è appartenuto per tutta la vita. Faccio fatica ad abituarmi a filtrare il mondo da questo nuovo modo di vedere. Non avverto più nulla dentro di me: è ormai da qualche ora che sono sparite sensazioni come il dolore, la gioia, l’eccitazione, lo spavento. Riesco a mala pena a ricordare cosa si prova ad averle dentro, e solo quel ricordo mi dà la possibilità di lasciare in vita qualcosa di me.
Mi aggiro in modo ossessivo, come in un sogno fumoso, in questa camera, fino a qualche momento fa, a me così familiare e cara. Cerco di avere un contatto fisico con gli oggetti che la occupano, ma le mie mani tornano sempre vuote.
Improvvisamente ritrovo sui mobili oggetti che sono spariti già da tempo: quella bambola di porcellana con l’abitino bianco di pizzo, che avevo regalato a Maria alcuni anni fa e che si è frantumata in terra già da diverso tempo. L’acqua di colonia, che mi aveva regalato Laura due mesi fa e ormai consumata, adesso è lì, sul mio comodino, come nuova. Stranamente di questi oggetti ricordo perfettamente la storia, il momento in cui li ho visti per la prima volta e la circostanza della loro fine. Il tappeto indiano che si era bruciato un anno fa, la sedia a dondolo che abbiamo venduto: tutto gli oggetti, che mi ritornano in mente, occupano d’un tratto il posto in cui li ho visti l’ultima volta. E grazie a loro riesco a sentire di nuovo le emozioni che sono legate ad essi.
Finalmente sono riuscito ad uscire dalla camera da letto; il corridoio che porta alla cucina sembra aver assunto l’aspetto che aveva, quando vivevo in questa casa con i miei genitori. Riesco ad intravedere Laura seduta davanti al tavolo con la testa bassa e avverto il suo pianto, anche se molto distante. Ora sono dietro di lei e le sto poggiando una mano sulla spalla. Lei si volta con la faccia rossa e bagnata dalle lacrime. Il suo volto si sta confondendo con l’immagine che conservo di lei nella mente, immagine che risale a circa venti anni fa, quando ci siamo sposati…sì, ora la vedo proprio come era quel giorno, non sta piangendo più , ma mi sorride felice, con quel sorriso che mi fece innamorare la prima volta che la vidi. Ha ancora la mano stretta a quella di nostra figlia. Mi volto verso Maria e anche il suo volto viene stravolto dal mio ricordo. Ora ha i capelli lunghi fino alle spalle e le guance paffute e colorite come quell’estate di cinque anni fa. Quel ricordo è più vivo che mai nella mia mente e di esso riesco a far riaffiorare le più intense emozioni, i più sottili sentimenti. D’un tratto ritrovo davanti ai miei occhi quel luogo, come se lo stessi osservando in una fotografia. Sono vivi di esso anche i suoni, i colori che una foto non percepisce, le sensazioni che un’ immagine non può trasmettere, ma che solo gli occhi di chi li ha penetrati può cogliere. Mi sembra di poter ripercorrere quegli attimi come se mi trovassi in uno stato ipnotico. Sono seduto sotto il portico di quella graziosa villetta in riva al mare, e Maria è tra le mie braccia. Dorme tranquilla, con la testa poggiata sul mio petto, ma sembra che stia sorridendo…forse sta facendo un bel sogno. Forse sono presente in quel sogno e sono la causa di questa sua serena felicità. Il sole volge al tramonto e una fresca luce illumina il suo volto roseo. Un’immensa pace permea di sè il mio cuore e mi dà la possibilità di assaporare le più deboli sensazioni: quel lieve profumo di gelsomini di cui è ornata la veranda, le dolci sfumature del tramonto che dall’azzurro intenso del cielo pomeridiano si immerge nel bagliore del sole, per poi abbandonarsi in tenui tonalità di rosso e di viola. Eppure so che tutto questo non è altro che un ricordo, anche se mi sembra impossibile che sia così limpido e preciso. Ormai penso che questa sia l’unica realtà che posso avvertire, ma mi è difficile pensare cosa accadrà, quando il tempo sbiadirà i miei ricordi.
Questo attimo eterno svanisce nel momento in cui avverto di nuovo il disperato pianto di Laura. Mi ritrovo di nuovo nella cucina di casa mia e sono ritornato a quello che avverto come il presente.
- Ho dovuto spostare io le casse dal garage, perché tu non ti decidevi mai a farlo! – Dice una voce alle mie spalle. La riconosco subito, mi volto e trovo proprio lui…papà. Sì, riconosco perfettamente quella sua aria eternamente stanca, quel suo respiro affannoso, i suoi lineamenti superbi , il suo colorito olivastro. È proprio come l’ho visto l’ultima volta in piedi, davanti a me. In un istante ecco che tutto intorno a me si sistema come in quel giorno. La mamma lava i piatti, mentre ascolta la radio, Franco è davanti al tavolo che tenta di ricostruire per l’ennesima volta la sua torcia e…papà è vicino a me che mi rimprovera per non aver messo a posto le casse di vino in garage.
Si è messo una mano al petto, non riesce più a reggersi in piedi. Io lo afferro per la vita e metto il suo braccio intorno al collo. Franco balza dalla sedia e mi aiuta a reggerlo, mentre la mamma si agita con uno straccio tra le mani, continuando a chiedere a papà cosa gli sta succedendo…
Improvvisamente il tempo sembra essersi fermato immobile, eterno, in questo istante e, con esso, il mio pensiero. L’immagine che sto osservando è statica, ha perso quel ritmo incalzante con cui si susseguirono gli eventi quel terribile giorno. Non riesco più a vedere ciò che accade: il mio ricordo sembra essere sfumato.
Il volto di papà non ha più contorni certi, le immagini che mi circondano sono confuse e irregolari: sto perdendo il controllo del mio pensiero…e ne sono cosciente.
Nulla di ciò che vedo è logico e reale, ma corrisponde soltanto ad un mio stato mentale. I miei pensieri si trasformano in immagini, senza che io possa controllarli o impedire che si concretizzino. Vedo volti sconosciuti, forse creati dalla mia fantasia oppure sepolti nella mia memoria e poi dimenticati. Creo luoghi e situazioni imprevedibili e paradossali, intraprendo discorsi con diverse persone e ne ricevo risposte assurde e insensate.
Sto tentando di imporre la mia volontà sugli eventi, ma riesco soltanto a modificare in modo repentino l’immagine e la situazione in cui mi trovo, per poi sprofondare in una nuova involontaria condizione. Se non fossi presente come volontà e coscienza, non avrei ancora la certezza di esistere.
Non credo di poter resistere ancora a lungo: lo sforzo che sto compiendo per rimanere cosciente si fa, ad ogni istante, sempre più arduo. Sento che sta svanendo a poco a poco la mia esistenza, e il tentativo di mantenerla in vita, stimolando il ricordo, sembra vano. Dovrei poter avere paura, dovrei sentire dentro il terrore del nulla che incombe su di me: forse riuscirei a sentirmi vivo. Lentamente si dissolve anche la volontà che mi aveva dato la forza di resistere: nulla di ciò che vedo e avverto intorno a me suscita più un’emozione.
Solo adesso mi rendo conto di quale magia sia il ricordo. Continuo a scavare nella mia anima per far riaffiorare qualcosa della mia vita, e cerco in essa un profumo, un colore, una qualsiasi sensazione che abbia colpito i miei sensi, in passato. Devo poter ricordare il brivido provato dinanzi allo spettacolo del mare in tempesta, il sottile piacere del dolce contatto con la mia adorata Laura, la profonda commozione provocata da un bacio di mia figlia. So che una simile emozione risveglierebbe in me il desiderio di continuare ad esistere, ma io non ho più la forza necessaria per tenere in vita quei ricordi.
Sento la vita che mi viene meno. Tutto ciò che sono stato sta svanendo in un istante, senza che io possa fare nulla per impedirlo. Ora capisco che non posso vivere con le mie sole forze: la mia anima non resiste.
Avverto una voce. È distante, debole, ma distinguo perfettamente il suo suono: è Laura. Mai come in questo momento la voce di Laura mi è sembrata così soave, quasi angelica.
Devo riuscire a comprendere ciò che dice. Non mi è difficile, perché il suo tono si fa sempre più ampio e chiaro. Sembra che mi stia avvicinando a lei, anche se tutto intorno a me è nulla. Quella voce mi sta ridonando la forza: riesco di nuovo a percepire immagini, a cogliere suoni e persino sensazioni. E l’artefice di questo miracolo sembra proprio quella voce.
Ora riconosco il luogo in cui mi trovo: questa stradina buia e solitaria, battuta dalla pioggia. Io sono fermo vicino ad una vetrina illuminata, con l’ombrello aperto e l’impermeabile gocciolante. È una sera d’inverno, ricordo perfettamente questa sera. Il freddo ha ghiacciato le strade e scoraggiato molti automobilisti; già da qualche minuto non si vedono più i fari di una macchina. L’unica luce che illumina la strada è quella di questo negozio di elettrodomestici: mi sono fermato per questo, in attesa che spiovesse, e intanto mi domando chi sia quella bellissima ragazza che mi guarda insistentemente dall’altra parte del bancone. Un fastidiosissimo ferro da stiro mi impedisce di vederla interamente, e anche lei sembra infastidita da quell’ostacolo. Senza accorgermene sto ripetendo le parole di Laura che risuonano intorno a me, come le parole di una narratrice esterna che commenta le scene di un vecchio film. È lei che sta guidando la scena: io in verità non guardavo lei quella sera, ma Laura ha sempre creduto il contrario ed io sono spinto a fare ciò che lei sta raccontando…
Come vorrei che la ragazza mi invitasse dentro: non sento più le dita delle mani, per il freddo! Ma, pensandoci bene, questo è un buon motivo per entrare, così potrò conoscerla.
Spingo la porta del negozio e il campanello che è su di essa accompagna la mia entrata. La ragazza alza gli occhi bruscamente, come se fosse stata spaventata da quel suono. Io rimango immobile, sullo zerbino, per non sporcare il pavimento che sembra essere stato tirato a lucido: evidentemente nessun cliente è entrato, da quando ha cominciato a piovere.
Per un attimo, un lungo, quasi eterno attimo ci guardiamo in silenzio, poi la ragazza prende l’iniziativa e mi invita ad avvicinarmi. Io cerco una giustificazione per essere entrato e la ragazza, dopo avermi sorriso, mi dice che posso rimanere dentro, finchè non smette di piovere.
- Io mi chiamo Laura e sono la figlia del proprietario. – Dice l’audace ragazza, tendendo la mano ad uno sconosciuto: in fondo potrei essere un maniaco…la ragazza si è fidata troppo in fretta di me!
- Io sono Francesco e le stringerei la mano…se non fosse bagnata fradicia. Questi impermeabili sono inutili: sono ugualmente bagnato fino alle ossa!
Laura abbassa gli occhi, accennando un sorriso di timidezza, e di nuovo piombiamo in un imbarazzante silenzio…
Il racconto si è interrotto bruscamente ed io mi ritrovo in cucina. Laura, con gli occhi ancora bagnati dal pianto e le mani strette a quelle di Maria, è stata distratta da una persona che sta entrando dalla porta della cucina che dà in giardino. Riesco a distinguere perfettamente le immagini e riconosco immediatamente le persone che sono entrate: mia sorella Maddalena e suo marito. L’uomo si siede accanto a Laura, poggiandole una mano sulla spalla e Maddalena resta in piedi con un fazzoletto tra le mani.
Uno strano senso di inquietudine mi sta invadendo: questa forse è l’ultima sensazione che riuscirò a provare.
Mi sento impotente: non posso più controllare le mie azioni, sono come paralizzato.
Maddalena: – Mi dispiace che voi non siate venute, il prete ha detto delle parole bellissime su Francesco. Però neanch’io ho resistito: ce ne siamo andati prima che lo trasportassero al cimitero.
